Piero
Borrelli
COS’E’ L’ANALISI CARATTERIALE
Nel V
secolo a.C. Eraclito di Efeso affermava che il carattere di un uomo è il
suo destino: certamente il modo di essere e di comportarsi abitualmente di
una persona contraddistingue ed individua costantemente la persona stessa.
Diventa anche il suo destino perché il modo di essere significa scelte,
accettazioni, rifiuti, partecipazioni, attese, attività: i relativi
comportamenti, nell’intrapsichico e nel sociale, accompagnano e
determinano la vita della persona ed in tal modo si può affermare che ogni
individuo ha il suo destino perché ha un suo carattere.
Ma il destino non è immanente ed immutabile: il carattere non è innato; la
formazione del carattere è l’adattamento continuo e costante,
indispensabile alla sopravvivenza, che l’essere umano mette in atto in
risposta alle frustrazioni che gli provengono dall’ambiente familiare e
sociale.
Gli adattamenti caratteriali nascono dalle proibizioni della società i cui
primi rappresentanti nella vita umana sono i genitori; le prime modifiche
nell’IO e nelle pulsioni, che avvengono con le prime rinunce ed
identificazioni, sono determinate dalle dinamiche contraddittorie del
nucleo familiare che riproduce le contraddizioni del sociale; la
dipendenza della formazione del carattere dalle situazioni
storico-culturali in cui tale formazione avviene, è inequivocabilmente
dimostrata dai mutamenti presentati da membri di società primitive appena
si trovano esposti ad influenze culturali, economiche e sociali diverse
dal loro iter storico, o quando una popolazione si trova improvvisamente a
dover modificare il proprio ordinamento sociale.
O,
ancora, quando gemelli monocoriali, vissuti fin da piccoli in ambienti
diversi, presentano reazioni caratteriali diverse, adeguate come qualità e
quantità, al nucleo familiare in cui sono
vissuti.
O, ancora, quando per improvvise modifiche del pabulum ambientale, si nota
nei bambini una virata della personalità che si adatta alle nuove
condizioni.
Si potrebbe continuare: ma gli esempi, le pubblicazioni, gli studi e le
ricerche in tal senso sembrano confermare sempre più che la struttura
caratteriale dell’individuo e/o del gruppo etnico cui tale individuo
appartiene è il risultato di una informazione plurivalente dell’ambiente
in cui si vive; fermo restando il concetto che la reazione all’ambiente è
tipicamente personale e non riproducibile in quanto deriva dalla struttura
genica e cromosomica, dal livello di funzionalità energetica, dalla sua
innata potenzialità neuromuscolare, elementi tutti strettamente
individuali.
Ma la reazione caratteriale - preferisco per
questi motivi parlare di reazione e non di struttura - può modificare in
parte la dotazione innata del soggetto nel senso di non essere in grado di
esprimerla completamente e quindi vivere ed interreagire con modalità
funzionali ridotte.
Questo è, secondo me, il problema centrale:
ogni frustrazione e quindi ogni adattamento caratteriale reattivo,
comportano sempre un allontanamento dalla potenzialità massima
individuale: tutto ciò ci permette di sostenere la tesi che la gran parte
degli individui attualmente esistenti esprimono a livello di energia, di
fantasia, di creatività e di gioia molto meno di quanto sono capaci di
fare.
Le conseguenze di tale diminuzione di livello
vitale sono a dir poco catastrofiche: l’energia inespressa o deviata e mal
utilizzata trova canali di sbocco auto ed etero distruttivi: la violenza,
il masochismo, il narcisismo esasperato, le malattie in genere e quelle da
blocco energetico in particolare, le devianze sessuali, l’incapacità di
amare sembrano oggi far parte integrante dello “status humanus” e lo sono,
non come destino ma come incapacità di modificare, generazione dopo
generazione, l’atteggiamento educativo, l’informazione ed il travaso di
emozioni che la famiglia e la società danno ai futuri adulti.
A questo punto diventa non di grande
importanza classificare ed inquadrare le varie strutture, o meglio
reazioni caratteriali che ogni individuo esprime.
Filosofi e Psicologi hanno per millenni
tentato di inquadrare i modi diversi di esprimersi e di vivere dell’essere
umano: l’aristotelico Teofrasto ha descritto circa trenta tipi di
carattere morale; S.Tommaso ha definito come carattere l’indistruttibilità
della ordinazione sacerdotale; Kant ha utilizzato il concetto di carattere
per conciliare la causalità naturale e la causalità libera; Schopenhauer
ha utilizzato la distinzione kantiana tra carattere empirico e carattere
intelligibile per negare la libertà affermando che tutto ciò che l’uomo fa
sarebbe la manifestazione di un carattere intellegibile innato ed
immutabile.
La distinzione kantiana di un duplice
carattere, l’uno naturale ed immutabile, l’altro morale e libero, è
abbandonata nella antropologia contemporanea che tuttavia continua a dare
grande rilievo alla nozione di carattere: ma nell’interpretazione di
questa nozione l’antropologia contemporanea assume l’uno o l’altro dei due
concetti in cui Kant aveva distinto la nozione stessa: o come formazione
naturale che l’uomo porta con sé e non può modificare o come formazione
dovuta alle scelte dell’uomo e perciò libera e modificabile.
La teoria dei tipi psicologici di Jung
appartiene al primo indirizzo perché considera il carattere come un
orientamento prevalentemente inconscio dovuto a disposizioni organiche o
al fondamento istintivo; per Jung, nell’incontro tra l’uomo ed il mondo
sono possibili due atteggiamenti fondamentali: quello estrovertito cioè
aperto, socializzante, creativo o quello introvertito cioè chiuso, timido,
difensivo.
La stessa nozione di carattere è condivisa da
La Senne secondo il quale il carattere è un dato irriducibile, originario
e congenito, non modificabile dalle scelte dell’individuo.
Adler si sottrae invece al dominante dualismo
junghiano: per lui il carattere è un concetto acquisito: è il risultato
dell’incontro dell’uomo con l’ambiente, è il risultato dell’azione
reciproca e dinamica della volontà di potenza e del sentimento sociale.
Negli studi antropologici più recenti si
rileva comunque che il carattere è la manifestazione oggettiva della
personalità umana, che esso si differenzia dal comportamento e dal
temperamento perché le scelte caratteriali non sono libere né necessitate,
ma condizionate da elementi organici, ambientali e sociali e delineano
nelle loro costanti osservabili un progetto di comportamento nel quale
sembrano coincidere il carattere e la personalità dell’uomo.
Reich e successivamente Lowen hanno dato corpo
ad una interpretazione dei sintomi caratteriali - o meglio, secondo questi
AA., della struttura caratteriale - molto più adeguata ad una
interpretazione evolutiva che si manifesta con modifiche della struttura
somatica cui corrispondono atteggiamenti e comportamenti che nei casi di
“nevrosi o psicosi” allontanano il soggetto da un ipotetico carattere
genitale.
Non disconosciamo minimamente l’importanza
degli studi di questi AA. Sulla struttura caratteriale, ma la suddivisione
di tale struttura in modi di essere legati prevalentemente alle fasi della
vita, sembra voler ancora irreggimentare l’essere umano in canoni
comportamentali prevedibili e selezionabili.
L’essere umano è una unità biologica ed il suo
modo di essere psicofisico non corrisponde sempre ai canoni preordinati da
suddivisioni ed inquadramenti che possono deviare l’attenzione e l’impegno
del terapeuta dalla globalità di ricerca ed intervento.
L’analisi caratteriale obbliga l’analista a
porsi, senza schemi preconcetti, di fronte ad un essere umano che ha
attualmente una sofferenza e che ha avuto in passato una storia, un
vissuto, un retroterra socio culturale ed affettivo particolare.
L’analista caratteriale deve saper cogliere
tutte le sfumature fisiche, le tensioni muscolari, i meccanismi di difesa,
gli atteggiamenti, la mimica, l’uso del linguaggio, il modo di
relazionarsi con l’ambiente per poter indagare e destrutturate i modi
individuali di reagire alle vere o presunte frustrazioni, per cogliere dal
profondo dell’IO biologico originario, per decondizionare l’individuo da
anni di ripetività comportamentale, per ridare fiducia e vita ad un
sistema psicofisico depauperato ed inquinato da paure, ansie, fantasmi
distruttivi, meccanismi indispensabili di difesa per la sopravvivenza. E,
per ottenere questo, deve far ricorso a tutte le armi che gli studi,
l’analisi personale - indispensabile - , la maturità, la ricerca,
l’esperienza gli mettono a disposizione.
L’analista non può e non deve essere un
settario: sappiamo bene che oggi gli analisti e gli psicoterapeuti si
dividono in freudiani - ortodossi e non - , junghiani, adleriani,
reichiani, gestatisti, transazionalisti, familiari e così via; questo
significa avere una necessaria preparazione di base, ma significa anche
precludere a sé stessi ed ai propri utenti la possibilità di usufruire di
conoscenze e di tecniche che riducono le possibilità di intervento; ogni
metodologia ha caratteristiche precise e valide ma non esprime l’assoluto
né nelle terapie verbali né nelle cosiddette terapie sul corpo. Si divide
ancora corpo e mente e si dimentica che l’unità biologica funzionante è
quella che deve essere riportata senza dicotomie ai potenziali valori
iniziali dell’essere umano, rispettandone le esperienze e la storia.
L’analisi del carattere ha bisogno di analisti
scevri da preconcetti e pregiudizi culturali, che sappiamo con tutte le
metodologie conosciute e soprattutto con la propria creatività e
partecipazione, entrare nell’altro aiutandolo a riscoprire sé stesso.
Non esiste la metodologia adeguata a tutti i
pazienti, esiste il terapeuta che usa le proprie conoscenze e le proprie
emozioni per vivere con “l’altro” l’irripetibile esperienza analitica.
|