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I.FE.N. - Istituto Federico Navarro
Scuola di Orgonomia - Napoli

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Pubblichiamo due articoli di Piero Borrelli, storico psicoterapeuta di Scuola post-reichiana, amico fraterno e stretto collaboratore di Federico Navarro (che ha voluto intitolarGli la Scuola di Orgonomia dell'Istituto).
Ringraziamo per averli messi a disposizione la socia fondatrice, Dott.ssa Caterina Borrelli.

Piero Borrelli

COS’E’ L’ANALISI CARATTERIALE

Nel V secolo a.C. Eraclito di Efeso affermava che il carattere di un uomo è il suo destino: certamente il modo di essere e di comportarsi abitualmente di una persona contraddistingue ed individua costantemente la persona stessa.
Diventa anche il suo destino perché il modo di essere significa scelte, accettazioni, rifiuti, partecipazioni, attese, attività: i relativi comportamenti, nell’intrapsichico e nel sociale, accompagnano e determinano la vita della persona ed in tal modo si può affermare che ogni individuo ha il suo destino perché ha un suo carattere.
Ma il destino non è immanente ed immutabile: il carattere non è innato; la formazione del carattere è l’adattamento continuo e costante, indispensabile alla sopravvivenza, che l’essere umano mette in atto in risposta alle frustrazioni che gli provengono dall’ambiente familiare e sociale.
Gli adattamenti caratteriali nascono dalle proibizioni della società i cui primi rappresentanti nella vita umana sono i genitori; le prime modifiche nell’IO e nelle pulsioni, che avvengono con le prime rinunce ed identificazioni, sono determinate dalle dinamiche contraddittorie del nucleo familiare che riproduce le contraddizioni del sociale; la dipendenza della formazione del carattere dalle situazioni storico-culturali in cui tale formazione avviene, è inequivocabilmente dimostrata dai mutamenti presentati da membri di società primitive appena si trovano esposti ad influenze culturali, economiche e sociali diverse dal loro iter storico, o quando una popolazione si trova improvvisamente a dover modificare il proprio ordinamento sociale
.
O, ancora, quando gemelli monocoriali, vissuti fin da piccoli in ambienti diversi, presentano reazioni caratteriali diverse, adeguate come qualità e quantità, al nucleo familiare in cui sono vissuti.                                                                                                           
O, ancora, quando per improvvise modifiche del pabulum ambientale, si nota nei bambini una virata della personalità che si adatta alle nuove condizioni.
Si potrebbe continuare: ma gli esempi, le pubblicazioni, gli studi e le ricerche in tal senso sembrano confermare sempre più che la struttura caratteriale dell’individuo e/o del gruppo etnico cui tale individuo appartiene è il risultato di una informazione plurivalente dell’ambiente in cui si vive; fermo restando il concetto che la reazione all’ambiente è tipicamente personale e non riproducibile in quanto deriva dalla struttura genica e cromosomica, dal livello di funzionalità energetica, dalla sua innata potenzialità neuromuscolare, elementi tutti strettamente individuali.

Ma la reazione caratteriale - preferisco per questi motivi parlare di reazione e non di struttura - può modificare in parte la dotazione innata del soggetto nel senso di non essere in grado di esprimerla completamente e quindi vivere ed interreagire con modalità funzionali ridotte.

Questo è, secondo me, il problema centrale: ogni frustrazione e quindi ogni adattamento caratteriale reattivo, comportano sempre un allontanamento dalla potenzialità massima individuale: tutto ciò ci permette di sostenere la tesi che la gran parte degli individui attualmente esistenti esprimono a livello di energia, di fantasia, di creatività e di gioia molto meno di quanto sono capaci di fare.

Le conseguenze di tale diminuzione di livello vitale sono a dir poco catastrofiche: l’energia inespressa o deviata e mal utilizzata trova canali di sbocco auto ed etero distruttivi: la violenza, il masochismo, il narcisismo esasperato, le malattie in genere e quelle da blocco energetico in particolare, le devianze sessuali, l’incapacità di amare sembrano oggi far parte integrante dello “status humanus” e lo sono, non come destino ma come incapacità di modificare, generazione dopo generazione, l’atteggiamento educativo, l’informazione ed il travaso di emozioni che la famiglia e la società danno ai futuri adulti.

A questo punto diventa non di grande importanza classificare ed inquadrare le varie strutture, o meglio reazioni caratteriali che ogni individuo esprime.

Filosofi e Psicologi hanno per millenni tentato di inquadrare i modi diversi di esprimersi e di vivere dell’essere umano: l’aristotelico Teofrasto ha descritto circa trenta tipi di carattere morale; S.Tommaso ha definito come carattere l’indistruttibilità della ordinazione sacerdotale; Kant ha utilizzato il concetto di carattere per conciliare la causalità naturale e la causalità libera; Schopenhauer ha utilizzato la distinzione kantiana tra carattere empirico e carattere intelligibile per negare la libertà affermando che tutto ciò che l’uomo fa sarebbe la manifestazione di un carattere intellegibile innato ed immutabile.

La distinzione kantiana di un duplice carattere, l’uno naturale ed immutabile, l’altro morale e libero, è abbandonata nella antropologia contemporanea che tuttavia continua a dare grande rilievo alla nozione di carattere: ma nell’interpretazione di questa nozione l’antropologia contemporanea assume l’uno o l’altro dei due concetti in cui Kant aveva distinto la nozione stessa: o come formazione naturale che l’uomo porta con sé e non può modificare o come formazione dovuta alle scelte dell’uomo e perciò libera e modificabile.

La teoria dei tipi psicologici di Jung appartiene al primo indirizzo perché considera il carattere come un orientamento prevalentemente inconscio dovuto a disposizioni organiche o al fondamento istintivo; per Jung, nell’incontro tra l’uomo ed il mondo sono possibili due atteggiamenti fondamentali: quello estrovertito cioè aperto, socializzante, creativo o quello introvertito cioè chiuso, timido, difensivo.

La stessa nozione di carattere è condivisa da La Senne secondo il quale il carattere è un dato irriducibile, originario e congenito, non modificabile dalle scelte dell’individuo.

Adler si sottrae invece al dominante dualismo junghiano: per lui il carattere è un concetto acquisito: è il risultato dell’incontro dell’uomo con l’ambiente, è il risultato dell’azione reciproca e dinamica della volontà di potenza e del sentimento sociale.

Negli studi antropologici più recenti si rileva comunque che il carattere è la manifestazione oggettiva della personalità umana, che esso si differenzia dal comportamento e dal temperamento perché le scelte caratteriali non sono libere né necessitate, ma condizionate da elementi organici, ambientali e sociali e delineano nelle loro costanti osservabili un progetto di comportamento nel quale sembrano coincidere il carattere e la personalità dell’uomo.

Reich e successivamente Lowen hanno dato corpo ad una interpretazione dei sintomi caratteriali - o meglio, secondo questi AA., della struttura caratteriale - molto più adeguata ad una interpretazione evolutiva che si manifesta con modifiche della struttura somatica cui corrispondono atteggiamenti e comportamenti che nei casi di “nevrosi o psicosi” allontanano il soggetto da un ipotetico carattere genitale.

Non disconosciamo minimamente l’importanza degli studi di questi AA. Sulla struttura caratteriale, ma la suddivisione di tale struttura in modi di essere legati prevalentemente alle fasi della vita, sembra voler ancora irreggimentare l’essere umano in canoni comportamentali prevedibili e selezionabili.

L’essere umano è una unità biologica ed il suo modo di essere psicofisico non corrisponde sempre ai canoni preordinati da suddivisioni ed inquadramenti che possono deviare l’attenzione e l’impegno del terapeuta dalla globalità di ricerca ed intervento.

L’analisi caratteriale obbliga l’analista a porsi, senza schemi preconcetti, di fronte ad un essere umano che ha attualmente una sofferenza e che ha avuto in passato una storia, un vissuto, un retroterra socio culturale ed affettivo particolare.

L’analista caratteriale deve saper cogliere tutte le sfumature fisiche, le tensioni muscolari, i meccanismi di difesa, gli atteggiamenti, la mimica, l’uso del linguaggio, il modo di relazionarsi con l’ambiente per poter indagare e destrutturate i modi individuali di reagire alle vere o presunte frustrazioni, per cogliere dal profondo dell’IO biologico originario, per decondizionare l’individuo da anni di ripetività comportamentale, per ridare fiducia e vita ad un sistema psicofisico depauperato ed inquinato da paure, ansie, fantasmi distruttivi, meccanismi indispensabili di difesa per la sopravvivenza. E, per ottenere questo, deve far ricorso a tutte le armi che gli studi, l’analisi personale - indispensabile - , la maturità, la ricerca, l’esperienza gli mettono a disposizione.

L’analista non può e non deve essere un settario: sappiamo bene che oggi gli analisti e gli psicoterapeuti si dividono in freudiani - ortodossi e non - , junghiani, adleriani, reichiani, gestatisti, transazionalisti, familiari e così via; questo significa avere una necessaria preparazione di base, ma significa anche precludere a sé stessi ed ai propri utenti la possibilità di usufruire di conoscenze e di tecniche che riducono le possibilità di intervento; ogni metodologia ha caratteristiche precise e valide ma non esprime l’assoluto né nelle terapie verbali né nelle cosiddette terapie sul corpo. Si divide ancora corpo e mente e si dimentica che l’unità biologica funzionante è quella che deve essere riportata senza dicotomie ai potenziali valori iniziali dell’essere umano, rispettandone le esperienze e la storia.

L’analisi del carattere ha bisogno di analisti scevri da preconcetti e pregiudizi culturali, che sappiamo con tutte le metodologie conosciute e soprattutto con la propria creatività e partecipazione, entrare nell’altro aiutandolo a riscoprire sé stesso.

Non esiste la metodologia adeguata a tutti i pazienti, esiste il terapeuta che usa le proprie conoscenze e le proprie emozioni per vivere con “l’altro” l’irripetibile esperienza analitica.                                                                                                        

 

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