Discorso sull’amore
(liberamente tratto da una serie di Seminari Ifen di Cinzia Catullo)

“L’amore di un essere umano per un altro”, dice Rilke, “è forse la prova più ardua per ciascuno di noi, la testimonianza più alta di se stessi”
Per W.Reich, l’amore è la capacità di abbandonarsi al flusso dell’energia vitale.
Parlando di amore, dunque, non possiamo far riferimento al sentimento con cui normalmente viene identificato, ma qualcosa che è a monte e suppone tutto il resto.
Stiamo dunque alludendo ad una forza. Una forza che porta ad unire ciò che è disunito. Si ricordi, in questo senso, il Mito di Osiride.
Ma come si realizza questa forza nella vita biologica? Il terreno elettivo in cui essa si dispiega è la Relazione.
Tutto è in relazione. L’individuo nasce da una relazione e il suo Io si modula attraverso la relazione con il campo che lo ha generato. L’amore è qualcosa che lega gli esseri umani, e si svolge nella vita attraverso le relazioni, tutte le relazioni.
Proprio per questo, noi possiamo essere portatori di amore se ci poniamo in relazione con gli altri e non al centro del mondo. Abbiamo bisogno di relativizzarci. Questo è faticoso, e comporta dolore. Non ci si può sottrarre né dalla fatica né dal dolore, e questo è per ciascuno di noi parte del difficile cammino attraverso il quale arriviamo all’individuazione. Per esserci abbiamo bisogno dell’amore.
Che vuol dire la parola “identità”? Vuol dire Id, proprio quello, è la Perla della conchiglia. Reich parlava di nucleo energetico. L’identità profonda di un essere umano non è il suo carattere, ma la sua essenza.
Tale essenza è in contatto con il tutto, ne conserva memoria, perché ne è una scintilla. Quindi, tutto il cammino verso l’individuazione passa attraverso il ricordo profondo dell’essenza.
Questo ricordo si riattiva nell’innamoramento, in quanto la sessualità tra uomo e donna è una spinta biologica profonda che manifesta l’Eros, ovvero la Forza insita nella natura, nella materia, che dalla materia tende a liberarsi per andare a riunirsi con la propria origine.
L’innamoramento è uno “stato di grazia”, si dice, e questo è vero, ma è anche “catastrofe”, come dice Barthes: quando si è innamorati si entra in un “mondo amoroso”, che ha un suo proprio linguaggio, e rimanda ad “una intimità religiosa, una gravità” che esulano dagli schemi del quotidiano (in Frammenti di un discorso amoroso).
C’è chi ne parla come di un fatto patologico, mentre invece l’essenza dell’innamoramento è la riattivazione di uno stato di coscienza in grado di liberare la memoria profonda dell’essere. Sempre Barthes dice che quando amiamo qualcuno non abbiamo delle ragioni per farlo, né possiamo spiegare il perché: lo amiamo e basta, ovvero amiamo la sua totalità, in una parola, l’Ipse. Amiamo tutto, non una o più parti, e, per dirla con le sue stesse parole, amiamo non ciò che l’altro è, ma “in quanto è”.
Che cosa vede l’innamorato negli occhi di chi ama? Vede la sua stessa anima, vede ciò che l’altro è realmente, ha contatto con la propria essenza e con l’essenza dell’altro. Infatti solo l’essenza può unirli.
Ma l’innamoramento è una fase, ha una durata limitata nel tempo: potremmo definirlo come “momento essenziale”.
Poi, subentra qualche altra cosa. Questa “altra cosa” è la relazione. La relazione rappresenta l’incontro tra la totale libertà dell’essenza e la dipendenza dalle condizioni della struttura caratteriale.
Possiamo definire la relazione di coppia nata dall’innamoramento come l’incontro tra l’attimo dell’ineffabile con il durevole della densità.
Dopo l’innamoramento subentra l’incontro-scontro con le reciproche personalità.
Questo incontro-scontro genera una frizione che va letta alla luce del personale cammino di individuazione: è solo apparentemente il conflitto con l’altro, in realtà è l’incontro con le proprie parti sconosciute (o volutamente rimosse).
E’ un processo interiore che può portare a rendere in noi visibile ciò che dorme nell’invisibilità, e questo avviene proprio grazie alla frizione generata dalla relazione.
L’innamoramento fa incontrare la luce, la relazione la parte oscura della personalità che non trova modo di accogliere questa luce: a questo punto nasce la possibilità di una scelta. Fuggiamo da questa parte oscura oppure accettiamo di assumerla?
Dalla seconda opzione nasce il gioco duro. Nella favola di Amore e Psiche questo processo si evidenzia in tutta la sua grandiosità: Psiche vuole vedere Amore e dall’attimo in cui lo vede finisce la vita facile e cominciano le fatiche.
Se cogliamo l’occasione di quello che sta accadendo con il partner nel momento critico, abbiamo una opportunità: invece di cercare di cambiare l’altro affinché corrisponda ai nostri bisogni, possiamo utilizzare la crisi per ri-conoscere un problema irrisolto, uno schema “fissato” nel nostro programma vitale, e finalmente lavorare per la sua risoluzione.
Oppure possiamo restare nei nostri convincimenti, irrigidirci nell’attaccamento ai nostri schemi, attribuendo al partner la colpa della nostra personale infelicità.
Il problema centrale è una frattura interna, una mancanza di integrazione personale, a cui si cerca di rimediare inconsciamente attraverso una magica ricomposizione nella coppia, ovvero tu più io costituiamo l’unità che a me manca. Questo è motivo di sofferenza perché conduce ad ingaggiare una lotta al fine di portare una omologazione, una identificazione l’uno dei bisogni dell’altro, mortificando i propri o attaccando quelli dell’altro
Se l’identificazione riesce e la coppia diventa simbiotica, allora la coppia finisce con il divenire un rifugio nel quale rannicchiarsi, una sorta di surrogato di un nostro campo personale di coscienza.
Quando si parla del superamento delle incomprensioni, in realtà, si allude a una utopia, dove avverrebbe una magica ricomposizione dell’esistente, invece l’ incomprensione è inevitabile. Un uomo non può “capire” una donna, ma può percepirla come intero, come campo e come nucleo, al di là della personalità o dei ragionamenti: l’unica comunicazione è quella energetica, quando comunicano i nuclei, le essenze, al di là di tutto, avviene il miracolo del contatto.
Tutto questo va in una sola direzione: la ricerca di una definizione di sé e della propria unicità, mentre l’altro è un’altra unicità irripetibile, che è possibile guardare con meraviglia, sapendo che può dispiegare la visione di mondi sconosciuti, e può farlo solo in quanto rimane l’ altro . Egli è “tutto ciò che io non sono”: questo contatto mi aiuta a definirmi sempre di più, e non a omologarmi o a fondermi.
Quindi, veniamo a parlare della sessualità: la sessualità genitale, quella che riguarda l’uomo e la donna adulti, è una componente fondamentale, essenziale, e non un optional, dal momento che tutto il percorso fino alla fase genitale è stato compiuto. Quindi, poter portare la comunicazione e il contatto ad una completezza in cui lo stare insieme riguarda tutti i livelli, dalla testa ai piedi, bacino incluso, rientra nella naturalezza delle cose. La sessualità è l’unica forza in grado di riunire le due polarità della individuazione di sé e dell’appartenenza ad un sistema/coppia. Possiamo a tal proposito parlare di erotismo: da Eros, ovvero una divinità primordiale. Eros, insieme a Caos e a Gaia, esiste prima dell’inizio del mondo, per poi assumere tutta una serie di forme e di aspetti. Questa pluralità di aspetti ci dice quanto sia difficile pervenire ad una concezione univoca dell’erotismo. Nell’allegoria cosmogonica greca, Eros è colui che promuove nel contempo l’individuazione e la separazione di ciò che si presenta confuso e caotico, e l’unione di ciò che è diviso.
Non è quindi affatto una spinta istintuale, un impulso all’accoppiamento indistinto. L’immagine di un fanciullo cieco e bendato che scocca i suoi dardi alla cieca (raffigurante una concezione dell’eros come carica istintuale contrapposta ad altre facoltà più elevate), è una rappresentazione tardiva, del rinascimento.
L’amore non è cieco, ci vede benissimo: l’erotismo è appunto questa forza che permette il contatto di due esseri tra loro opposti e complementari in virtù della loro individuazione.
Eros è figlio di Povertà, come ci ricorda Platone, ovvero spinge ciascuno di noi a prendere coscienza della personale manchevolezza, della necessità di unirci all’altro per conoscerci in nuovi aspetti, e portare i nostri limiti un po’ più in là, affinchè quindi noi possiamo grazie all’altro ampliare i confini del nostro mondo. Dice una canzone:”Quante cose non avrei mai visto, toccato, sentito, senza di te”.
Se tutto questo è vero la funzione dell’erotismo non è affatto una forza solo istintuale, ma assume il valore di trascendenza; come dice Reich, la sessualità è quella spinta della materia e del corpo – chiamato orgonome – a portare la materia verso la propria origine, verso l’elemento che l’ha generata, ovvero l’infinito mare di energia orgonica. In questo, l’uomo e la donna non sono portati a fondersi l’uno nell’altro, ma a perdersi nello stesso mare.