IL MITO DI EDIPO, UNA CHIAVE DI LETTURA REICHIANA

(di Cinzia Catullo)

 

Per Complesso di Edipo si intende l’insieme dei sentimenti amorosi e ostili che il bambino avverte nei confronti dei genitori e dal cui superamento dipende, secondo S. Freud, il futuro profilo psicologico del soggetto. Il complesso raggiunge la sua acme fra i tre e i cinque anni durante la fase fallica, e il suo declino segna l'ingresso nel periodo di latenza. La modalità del suo superamento decide la scelta oggettuale in età adulta. Scrive Freud:

“Il caso più semplice si struttura, per il bambino di sesso maschile, nel modo seguente: egli sviluppa assai precocemente un investimento oggettuale per la madre, investimento che prende origine dal seno materno e prefigura il modello di una scelta oggettuale del tipo "per appoggio"; del padre il maschietto si impossessa mediante identificazione. Le due relazioni per un certo periodo procedono parallelamente, fino a quando, per il rafforzarsi dei desideri sessuali riferiti alla madre e per la constatazione che il padre costituisce un impedimento alla loro realizzazione, si genera il complesso edipico. L'identificazione col padre assume ora una coloritura ostile, si orienta verso il desiderio di toglierlo di mezzo per sostituirsi a lui presso la madre. Da questo momento in poi il comportamento verso il padre è ambivalente; sembra quasi che l'ambivalenza, già contenuta nell'identificazione fin da principio, si faccia manifesta. L'impostazione ambivalente verso il padre e l'aspirazione oggettuale esclusivamente affettuosa riferita alla madre costituiscono per il maschietto il contenuto del complesso edipico nella sua forma semplice e positiva" (1922, p. 494).

Secondo Freud, l’accesso alla genitalità è data dal declino del complesso edipico e, quindi, dalla rinuncia all'oggetto incestuoso che avviene a causa della paura della castrazione da parte del padre.

Freud è stato spesso definito “fallocratico”: al centro della scena c'è, sia per il bambino sia per la bambina, il fallo. Infatti  la bambina  vive, come il maschietto, l’invidia del pene paterno.  Per la bimba, però, il desiderio di possedere un fallo scivolerebbe dal pene al bambino: il complesso edipico nella bambina culmina nel desiderio di avere un figlio dal proprio padre.

La combinazione delle due istanze combinate (possedere un pene/possedere un bambino) sono funzionali al ruolo femminile: il loro permanere a livello inconscio riguarda la futura sessualità.

Alla risoluzione del complesso di Edipo è legata la strutturazione delle istanze del Super-io e dell'ideale dell'lo, che per Freud sono le fondamentali  caratteristiche della maturazione umana e le premesse indispensabili affinché possa esistere la vita sociale e civile.

IL RACCONTO

Laio, re di Tebe, poco dopo le nozze con Giocasta, riceve da un oracolo la predizione che un eventuale figlio, nato da queste nozze, lo avrebbe ucciso. Per questa ragione Laio, dopo la nascita del figlio, decide di sbarazzarsene. Narra la leggenda che Laio praticò due fori nei piedi del bambino prima di consegnarlo ad un pastore tebano con l’incarico di abbandonarlo sul monte Citerone.

Il pastore, però, consegna il bimbo ad un pastore di Corinto, il quale, a sua volta, lo consegna al re Polibo, che, non avendo figli, lo adotta, dandogli nome Edipo.

Edipo, una volta cresciuto, riceve la predizione di un Oracolo di essere destinato ad uccidere il proprio padre e a sposare la madre. Per sfuggire a questo destino, Edipo si allontana da quella che crede la propria famiglia. Durante il viaggio verso la Beozia incontra il carro su cui viaggia Laio, il suo vero padre, che gli intima di cedere il passo. Poiché Edipo si rifiuta, l’auriga di Laio lo colpisce con un bastone e gli ferisce il piede con una ruota. Edipo, allora, uccide tutti gli occupanti del carro ivi compreso Laio.

Quando giungerà più tardi a Tebe, Edipo troverà la città a lutto per la perdita del sovrano (Laio), ucciso mentre si stava recando a consultare l’Oracolo in merito alla Sfinge, un mostro pericoloso che divorava chiunque gli passasse accanto e non sapesse rispondere al suo indovinello.

Vista la situazione, il reggente di Tebe, il cognato di Laio, decide di offrire il trono e la mano della propria sorella Giocasta, a chi avesse saputo rispondere a tale indovinello liberando la città dalla presenza minacciosa della Sfinge.

Edipo dà risposta all’enigma (“Quale essere cammina al mattino su quattro zampe, su due a mezzogiorno e su tre alla sera ed è tanto più debole quante più zampe ha?”).

La Sfinge viene sconfitta e la città liberata, ma il vaticinio si compie: Edipo sposa la propria madre, dopo aver ucciso il proprio padre.

Una volta appresa la verità, Edipo si acceca e la madre, Giocasta si impicca.

 

UNA LETTURA REICHIANA

La prima osservazione è la seguente:

“Come mai il Mito inizia con il 7° livello e finisce con il 1°?”

Infatti, all’inizio della storia, Laio colpisce Edipo ai piedi (i piedi fanno parte del livello pelvico, per la caratterologia reichiana il 7°livello) e alla fine Edipo si acceca (gli occhi fanno parte del 1°livello).

Il settimo livello, quello pelvico, assume un pieno sviluppo dopo la fase genitale, e il primo – quello oculare – è il livello che si riferisce al fatto di nascere, di venire alla luce, ed è quello che noi consideriamo più legato alle primissime fasi di vita. Più specificatamente, per la nostra scuola, ogni livello è legato ad una paura specifica e ad una fase dello sviluppo: per quanto riguarda il settimo livello, quello pelvico, la paura è quella della castrazione, mentre per il primo, quello oculare, è quella di non esistere.

Quindi se il Mito di Edipo simboleggia la transizione verso la genitalità, come mai si conclude ad un livello pregenitale?

La mia risposta è la seguente: perché il Mito non ha niente a che vedere con la transizione verso la genitalità. Non ha –peraltro –niente a che vedere con il desiderio sessuale né con quello di potere. La storia del Mito riguarda un ritorno alla posizione fetale, da cui si esce con la nascita (il “venire alla luce”), appunto. Tale ritorno, come vedremo, riguarda l’esigenza di iniziare un cammino di individuazione, e tale cammino può inziare solo a partire dal luogo della gestazione. Si tratta di un ritorno alla condizione uterina, ma stavolta, di un utero in quanto campo di energia e di coscienza ben distinto da quello della madre. Edipo si acceca proprio quando acquisisce la conoscenza della verità, e la verità è rappresentata da una visione funzionale e non fisiologica.

Enunciata la tesi, vediamo ora di procedere con le argomentazioni che la sorreggono.

Inizierei con l’osservazione del bilanciamento tra maschile e femminile nel Mito. Vari autori hanno osservato che il femminile risulta essere totalmente passivo e che Giocasta è ferma nell’attesa degli eventi. Non partecipa con nessuna azione e a nessun livello al loro svolgimento e resta inerte fino alla conclusione fatale.

Il maschile invece sembra essere attivo e presente, come elemento conflittuale, e come elemento dinamico, che si sposta continuamente da un posto all’altro della scena: tale lettura sembrerebbe confermare la divisione tra un maschile aggressivo e un femminile statico. Sembrerebbe inoltre attribuire la responsabilità degli eventi al “fare” maschile.

Invece non è così. La caratteristica principale della narrazione è da un lato la sostanziale debolezza dell’elemento paterno, e ad una mancanza del maschile, e, dall’altro, la presenza di un femminile risucchiante, dispotico e onnipotente.

Se andiamo indietro, nella storia familiare di Laio, scopriamo che esiste una maledizione, una sorta di “traccia energetica patologica”, che percorre come un filo la successione delle generazioni.

Tebe era stata fondata da Cadmo, fratello di Europa, bellissima donna di cui Zeus si invaghì. La storia inizia con il rapimento di Europa da parte di Zeus e con la ricerca della stessa da parte dei fratelli, tra cui appunto Cadmo che, nel corso di tale ricerca, si trovò a fondare Tebe. La mitologia vuole che Cadmo e la sua stirpe (di cui fa parte Laio, padre di Edipo) siano perseguitati da terribili sventure a causa della gelosia di Era, moglie (e sorella!) di Zeus, in relazione al ratto di Europa.

Dunque la maledizione proviene dall’odio della Dea-Madre.

Laio è un anello debole: narra la leggenda raccontata da Euripide (Crisippo) che Laio, esule alla corte di Re Pelope, si innamora del figlio del Re e lo rapisce. Da quanto narra Euripide, Crisippo sarebbe stato l’inventore dell’amore omosessuale. La storia viene narrata in diverse versioni. In una di queste Crisippo, per la vergogna, si sarebbe ucciso. In un’altra, il Re Pelope, suo padre, sarebbe riuscito a riprenderselo muovendo le proprie armate contro Laio.

In ogni caso, riemerge il tema della maledizione: infatti, a causa di questo gesto, tutta la stirpe di Laio sarebbe stata maledetta. Il mito vuole che proprio Pelope pronunci la maledizione edipica, ovvero: se Laio avesse mai avuto un figlio, questi l’avrebbe ucciso.

In realtà, in che cosa consiste tale maledizione? Secondo la nostra interpretazione la “maledizione” altro non è che la Simbiosi, la mancata separazione dalla madre onnipotente e  vendicatrice, che tiene i suoi figli a sè legata e non permette loro di individuarsi. La maledizione è l’impossibilità di una individuazione, è il permanere nello spazio materno, nella confusione in cui non è possibile crescita, né acquisizione di coscienza. Fino al momento di Edipo: il Mito di Edipo è appunto il momento zero, è il passaggio dal caos della inconsapevolezza al ritrovamento della verità e, quindi, alla possibilità di acquisire la consapevolezza.

Intanto il padre di Edipo, Laio, nell’innamorarsi di una persona del suo stesso sesso, ci mostra come, anch’egli, non si sia mai separato dalla propria madre. Nella dinamica della omosessualità è presente una identificazione con il femminile e una assenza di un padre in grado di portar fuori il figlio dalla madre. Il figlio resta nella madre, nel suo territorio, e non perviene mai alla conquista della propria identità maschile. Questa mancanza di separazione e definizione di sé viene confermata dalla scelta di sposare Giocasta.

In realtà il nome è Iocasta, nome associato a quello della alla Potnia Hera, antica divinità mediterranea. La saga di Laio conteneva un motivo rituale di grande importanza, ovvero le sacre nozze con Iocasta-Hera.

Conviene ricordare inoltre come la figura di Laio sembra confondersi, ad un dato momento, con quella stessa di Zeus; quindi in realtà, Laio, si ritrova sposato ad una donna-dea associata alla dea-madre, sua progenitrice. Questo, insieme con l’indizio dell’attrazione verso il giovinetto, sembra essere una prova abbastanza evidente del suo essere rimasto all’interno del campo materno. Laio teme Edipo ed è geloso di lui, quasi come se fosse un rivale sul suo stesso piano: ovvero un fratello, e non un figlio, perché Laio, in realtà, proietta su Giocasta una figura materna. Laio non può essere un padre per Edipo, perché non può insegnargli un percorso che egli stesso non ha compiuto, ovvero non potrà aiutarlo a diventare un uomo, a separarsi dalla propria madre, ad andare verso le altre donne.

Anche Edipo non viene fuori dal nulla. Leggendariamente Edipo era il nome di un demone ctonico della fertilità legato a Demeter, sua madre originaria.  Evidentemente la madre di Edipo non può essere diversa dalla dea della terra e si dice nella mitologia che dove la terra è la Grande Madre "anche i suoi figli sono contemporaneamente suoi sposi". Sembra nel mito echeggiare anche il tema della rinascita ciclica della vita. Infatti, il figlio nato in primavera dalla Madre Terra deve in inverno subire sofferenze o morte.

 Ma c’è un altro aspetto di questa espiazione… Ê Il passaggio dal divino all'umano, quando il dio diviene uomo, e la Terra una donna mortale…

Ciò che è permesso al di là, nella sfera divina, ovvero l’incesto, qui, nella materia sembra corrompersi e diventare “colpa”. E sulla colpa grava la vendetta umana imposta da una figura divina e sfocia, come ultimo atto, nella maledizione contro i figli. “ La dea, comunque si chiami, Demeter, Iocasta, Giunone, si scontra contro il suo divino amante, esercitando l'arbitrio del suo potere.”

Ancora: “dato che la dea madre-sposa di Edipo si rifà alla figura di Demeter, punitrice delle violazioni del diritto familiare, non si può fare a meno di ricollegarla a una forma della dea mediterranea, ossia Erinys, immagine della terra irata nel momento in cui l'ordine famigliare è violato”

Echeggia, qui, il tema dell’onnipotenza della madre, ovvero qualcosa di infinitamente più grande di noi, contro cui nulla si può, che domina, determina, impone, e si vendica se il figlio osa sottrarsene. Nel percorso analitico c’è sempre un momento topico, in cui si incontra la grande paura, la paura di essere distrutti, di non poterci essere, la paura delle conseguenze del proprio vivere indipendentemente dall’altro. E’ una scoperta immensa, la scoperta che la propria paura di essere solo e di separarsi dall’altro, risale ai tempi della nostra preistoria, ai tempi in cui essere soli avrebbe significato la morte. Da qui nasce l’immagine della madre risucchiante, la dea vendicatrice e crudele, che arriva ad un certo punto come archetipo nell’immaginario simbolico di questi percorsi.

Di tale ferocia ritroviamo traccia, nel Mito di Edipo, nella figura della Sfinge. La Sfinge, forma di origine preellenica e mediterranea, ha delle fattezze anomale: il suo corpo è quello di un leone alato, la testa è quella di una donna, “unione che va ricercata nel trapasso da una rappresentazione della dea stante sul suo animale sacro, il leone alato.”  E’ da collegarsi con la dea Hepit, “grande divinità femminile dispensatrice della fecondità ma anche decimatrice di uomini. "

Pian piano emerge la funzione di Edipo, dio che si fa uomo, con un proprio compito ben preciso: egli deve sconfiggere la Grande Madre, deve uscire dal suo dominio, e sconfiggerne la maledizione, ovvero l’impossibilità di venirne fuori. Simbolicamente, Edipo deve operare una trasmutazione profonda, separandosi dalla presenza oggettuale interna, non dalla madre in sé.

Man mano che la figura di Edipo da divino si fa eroica, “tanto più il vinto paredro, che deve cedere ai capricci della dea, viene sostituito dall'eroe vittorioso e al sorgere della religiosità olimpica riesce a debellare definitivamente l'antica dea”.

Sconfitta la madre dispensatrice di morte, la Sfinge, Edipo può finalmente andare verso la “madre buona”, ovvero può tornare nel luogo dal quale, soltanto, è possibile partire, affinché il viaggio dell’eroe cessi di essere una peregrinazione senza senso e divenga percorso verso l’individuazione.

Il Mito di Edipo rappresenta la creazione delle condizioni corrette affinché possa iniziare un cammino di libertà: è il mito che riguarda tutti i percorsi terapeutici e quelli iniziatici, ovvero l’uscita dalla confusione-fusione che determina la dipendenza dal Caso (=CAOS), che nel mito troviamo continuamente riproposto sotto forma di fato, Oracolo, Destino e così via. La nascita alla vera vita presuppone la possibilità di scelta, che sottrae l’uomo ai capricci della Sorte.

L’Edipo cieco e l’autoeliminazione di Giocasta, non sono conseguenza dell’essere Edipo ritornato nella madre, ma del suo rendersi conto di non esserne mai venuto fuori. Non ci si separa sottraendosi, nè fuggendo, né compiendo azioni di ribellione e di violenza. L’unica, vera separazione può nascere dal contatto prima di tutto con sé, e, poi, con la realtà delle proprie radici.

Edipo torna per il desiderio non della propria madre, ma della conoscenza di sé: i suoi gesti alludono alla possibilità insita in ogni percorso terapeutico, di risveglio della coscienza. In qualche modo si tratta di una rinascita, e il mito è in un certo senso una storia di rinascita: la creazione per ognuno di noi di un nostro proprio luogo di generazione, non più legato ad una madre, ma da cui noi stessi possiamo rinascere. In quel luogo, Edipo deve ritrovarsi, ma da quel momento in poi la madre non ci sarà più. Cosa ci potrà essere è un'altra storia.

Concludo con un versetto di T. S. Eliot da “Quattro Quartetti”:

 

“Non desisteremo mai dall’esplorare

 e la fine di ogni nostro esplorare

sarà giungere là donde siamo partiti

e conoscere quel luogo per la prima volta”

 

 

Riferimenti bibliografici

 

La prima menzione del complesso di Edipo la si trova in: Sigmund Freud, Interpretazione dei sogni, Opere, Vol.III,pp.243. Tra i tanti testi freudiani sull’argomento, si veda il saggio del 1924, Il Tramonto del complesso edipico, Opere, Vol.X,pp.25-33

Sofocle, L’Edipo Re e L’Edipo a Colono,Ed.Einaudi (I Millenni)

F.Navarro, La somatopsicodinamica, Il Discobolo Ed.19889

K.Kerènyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Oscar Mondadori, Saggi, 1989

M.Untersteiner, Le origini della tragedia greca. Dalla preistoria ad Eschilo, Cisalpino, Milano,1984

 

 

APPENDICE TECNICA

 

PREMESSA

 

Come nella clinica freudiana, e come nell’indagine psicoanalitica, la Somatopsicodinamica si basa sul concetto di “fase”: una personalità armoniosa è legata ad una armoniosa progressione di fasi vitali.

Gli ostacoli alla maturazione psicologica e fisiologica si riflettono in “fissazioni” che a loro volta, si esprimono in comportamenti, modalità percettive ed autopercettive, legate alle caratteristiche del periodo in cui si è determinato il blocco.

Secondo la Metodologia della Vegetoterapia carattero analitica, la diagnosi va fondata sull’individuazione della eziogenesi della patologia.

 Non siamo solo legati all’ orizzonte psicoanalitico, nel cui percorso siamo inseriti a pieno titolo. Abbiamo un approccio che accoglie e realizza pienamente le acquisizioni compiute nell’ambito delle teorie sull’attaccamento sviluppate nell’ambito delle relazioni oggettuali. Secondo tali sviluppi le prime esperienze di vicinanza e contatto con l’oggetto affettivo primario sono determinanti per creare patterns di comportamenti che formeranno le modalità di risposta all’ambiente esterno ed interno all’Io adulto. Noi parliamo di imprinting ricevuto nella relazioni primarie.

L’immaturità psicologica determinata dalla fissazione ad una fase crea la ripetizione meccanica di schemi comportamentali legati alle caratteristiche della fase stessa. Tali schemi si riflettono nelle modalità di relazione con il mondo esterno, nella percezione di sé e nella costruzione della personalità.

 

COMPARAZIONE DEI DIVERSI APPROCCI

Nell’approccio somatopsicologico, non partiamo dal momento della nascita per determinare il periodo in cui ha inizio l’esperienza di contatto che “imprinta” il soggetto, ma prendiamo in considerazione la vita dell’individuo dal momento del concepimento.

FASE EMBRIONARIO/FETALE

Il contatto riguarda quindi: in primis la cosiddetta preistoria, ovvero la qualità energetica dell’ovulo e dello spermatozoo e del loro incontro, e, successivamente, la fatica minore o maggiore che ha dovuto compiere l’embrione durante la fase dell’annidamento, quante e quali  siano state le risposte di rifiuto dell’organismo materno nei confronti dell’embrione, quali ostacoli al momento dell’annidamento e della fase della placentazione, e, infine, nel continuum delle varie fasi della gestazione fino al momento del parto.

Noi parliamo di fenomeni vibratori. Che vuol dire? Ovviamente rimandiamo il lettore alla bibliografia allegata, ma vogliamo ugualmente ricordarne l’impianto teorico.

La nuova vita nasce con l’incontro dell’ovulo e dello spermatozoo. Noi parliamo di incontro tra campi vibrazionali: il campo vibrazionale dell’ovulo e quello dello spermatozoo.

Alla qualità energetica di questo incontro risale la qualità energetica del prodotto del concepimento. La piccola vita nascente, da questo momento in poi, sarà legata al ritmo di pulsazione del campo energetico del campo-utero materno.

Può :

-                    vibrare all’unisono (risuonare o “entrare in fase”) secondo il fenomeno della risonanza;

-                    oppure entrare in dissonanza e chiudersi;

 

ciò diventa memoria cellulare.

Da quanto si è appena detto, emerge chiaramente l’importanza dei primissimi momenti della vita prima della nascita: è proprio a questa fase che dobbiamo riferire, infatti, la genesi della psicopatologia grave oppure delle patologie cancerose ad esito infausto.

Più in generale le psicosi, secondo il modello energetico reichiano sviluppato e sistematizzato da Federico Navarro, hanno origine nel periodo pre-natale.

 

Dalla fase orale primitiva alla fase orale secondariA

Anche per quanto ci riguarda, noi definiamo “fase orale primaria” il periodo che va dalla nascita all’ottavo mese, più o meno. E’ interessante osservare che tale oralità si origina già nella vita prenatale: già nella fase del pre-impianto, per essere precisi, quando nella fase trofoblastica il piccolo nucleo vitale affonda le proprie digitazioni nel tessuto uterino, come “avidi radici succhianti” (Ferri). Per rispondere agli “attacchi” del sistema immunitario materno, deve esprimere tutta la propria potente vitalità. Il sistema conosce fin da ora l’ad-gredior, il movimento vitale. Noi definiamo questa fase come quella della Oralità primitiva. In questo va ovviamente incluso la funzione della bocca (contatto dita-bocca) in utero.

Dalla fine dell’età della lattazione, e con la conquista della muscolarità, si transita in un’altra fase dello sviluppo, in cui due sono i fattori portanti, il controllo sfinterico e lo svezzamento.

Sia l’uno che l’altro sono due elementi da considerare estremamente delicati ai fini della autopercezione di una identità distinta e separata da quella materna da parte del bambino.

Se il controllo sfinterico e il passaggio alla masticazione vengono effettuati troppo precocemente o in modo brusco, la neuromuscolarità viene sollecitata prima del tempo. Avremo un individuo motoriamente autonomo ed indipendente, ma, poiché il passaggio all’autonomia è avvenuto in modo inadeguato alle esigenze emozionali, l’individuo resterà ancorato alla fase di sviluppo precedente, quindi la problematica è prevalentemente legata alla dipendenza emozionale dall’altro. Questa contraddizione tra autonomia motoria e dipendenza emozionale dà luogo ad una caratterialità che si esprime prevalentemente attraverso l’ambivalenza. La difficoltà di queste persona è soprattutto legata alle fasi di passaggio, in cui è indispensabile attuare una separazione tra una condizione esistenziale ed un’altra.

Non di rado, la patologia si slatentizza in occasione di queste fasi, durante un lutto, un divorzio o un abbandono. L’impatto emozionale di questi eventi, li mette a confronto con una fragilità della caratterialità. La caratteristica principale di queste persone è che appaiono duri, corazzati, emozionalmente poco raggiungibili, emotivamente distaccati e razionali.

Ma così come la patologia è legata ad un passaggio brusco o precoce, può essere al contrario legata ad una eccessiva dipendenza dal seno materno. Ci troviamo, in questi casi, in presenza di madri eccessivamente dipendenti e invischianti. In questo caso  bisogna prendere in esame un'altra paura, ancora più primitiva.  Quando il bisogno sano e fondamentale di autonomia, che precede il cammino di individuazione del bambino e della piena integrazione delle funzioni sensoriali con quelle emozionali ed affettive, trova un blocco, avremo la stagnazione di una situazione in cui è impossibile andare avanti. La sensazione di vischiosità del legame con il “campo materno” e di “risucchio” all’indietro, produce inevitabilmente una reazione di fuga.

Si instaura – nel contempo – anche un senso di colpa legato al sentimento di rabbia verso la madre risucchiante. Prima di proseguire nella spiegazione del nostro orientamento, è importante sottolineare la discordanza con il concetto di analità: secondo la psicoanalisi le spinte alla avarizia, alla aridità affettiva, sono da riferirsi all’investimento libidico della zona anale, caratteristico di questa fase.

Invece, noi siamo portati a riferire tali caratteristiche della personalità alla paura di separarsi dall’oggetto amato, ovvero il seno e noi definiamo questa fase anche come quella della oralità secondaria, cioè come un naturale proseguimento della fase orale, con l’emergere di una pulsione aggressiva ad attaccare l’oggetto amato. L’ad-gredior, anche in questa fase, non ha connotazioni negative, riguuarda un passaggio verso l’investimento libidico dei genitali, quindi non va repressa, ma canalizzata, per consentire una successiva evoluzione.

Dobbiamo tener presente che in questa fase della crescita troviamo la genesi del concetto di “colpa” e della strutturazione di un primitivo ideale dell’Io.

L’ambivalenza trova qui le sue radici: amore-odio verso la madre. Non di rado avremo la percezione di un senso del dovere, unito a questo primitivo senso di colpa: la percezione di non potersi separare perché l’altro non sopravviverebbe, crea anche una forte dinamica conflittuale per l’impossibilità di andare verso la propria naturale libertà.

Tale introiezione di modello d’amore, non di rado spinge queste persone a legarsi in situazioni difficilmente risolvibili con partner eccessivamente dipendenti e in situazioni tali (presenza di figli, dipendenza economica del partner) in cui il soggetto porta sulle proprie spalle il peso patologico di altre persone o di interi gruppi (aziende, associazioni, etc). Ecco perché, come spesso diceva Federico Navarro, il border-line (e qui ci riferiamo al carattere border-line secondo l’accezione da noi riconosciuta) è un grande lavoratore, con un enorme senso del dovere.

In questo caso non ci troviamo in presenza di un Super-Io, ma un forte modello ideale, legato proprio alla strutturazione dell’identità espressa in una caratterialità contratta, con un funzionamento energetico deficitario.

Il collo, che in questi individui, è spesso largo, incassato, forte e contratto, è proprio la zona che tende maggiormente ad indurirsi, espressione di un narcisismo secondario sviluppato a causa di una carenza di un contatto con il “Sé nucleare”, cioè con la propria natura e i bisogni più profondi, che sono stati soppressi e rimossi in favore di una personalità che si è conformata a determinati ideali. Ecco che Navarro ha definito tale istanza come Ideale dell’Io.

Tutti noi abbiamo questo Ideale, ma in uno sviluppo non sano, l’Ideale si sostituisce interamente all’Io vero, risucchiando l’individuo e allontanandolo dalla propria naturale mobilità plasmatica, e sottraendolo al principio di autoregolazione.

Federico Navarro diceva sempre che bisogna distinguere tra ideale e utopia: l’ideale è patologico, l’utopia è sana.

L’immagine del genitale, come vedremo, è una utopia e non un ideale: io personalmente penso e sento che l’ideale è qualcosa che è in alto, (e che per raggiungere dobbiamo tendere il collo), l’utopia, come anche nell’etimologia della parola, è qualcosa “fuori dallo spazio e dal tempo”, fuori dai “topoi”, e, quindi, profondamente insita nel nucleo energetico, in quanto istanza universale, che è però dentro di noi.

L’esistenza di una utopia nei nostri cuori non comporta l’allontanamento dalla strada del profondo coinvolgimento con l’altro, anzi.

In ogni caso, a conclusione di questo excursus sulla fase anale, dobbiamo sottolineare un elemento di fondamentale importanza: questa fase è quella in cui, grazie ad un adeguato supporto della presenza paterna, figlio e madre vengono aiutati a separarsi. Il padre, in questa fase, assume la funzione di elemento che fa la differenza tra permanere della simbiosi tra madre e figlio/a e bambino/a che si prepara ad andare verso la successiva fase della genitalità, e quindi verso una definizione dell’Io separato e distinto da quello della madre.

 

Fase genitale

Parlare di fase genitale, significa dunque riferirsi ad un naturale sviluppo di questa capacità di autonomia e di attaccamento equilibrato ai genitori: se le fasi precedenti si sono svolte con equilibrio non dovrebbe sussistere, secondo noi, la rivalità con il genitore del sesso opposto, mentre le pulsioni sanamente aggressive del bambino verso il mondo esterno non dovrebbero essere mortificate o castrate, ma incanalate verso un sano ad-gredior! Parimenti, non è necessaria la sublimazione delle spinte incestuose, perché non è necessaria l’esistenza di un Super Io in chiave castratoria!

La progressione della crescita individuale e l’approdo alla fase genitale si realizza attraverso l’aiuto genitoriale alla formazione dell’identità di genere: la futura vita sessuale dipenderà dall’equilibrio tra forze maschili e femminili in questo periodo vitale.

Pervenire ad una identità definita significa conoscere entrambi gli aspetti che la compongono: il maschile e il femminile. Come afferma Jung entrambe le polarità fanno parte di ognuno di noi.

Diciamo però che ogni individuo è destinato a realizzare pienamente, attraverso la propria vita affettiva e sessuale, la propria virilità o femminilità. Per arrivare a questo sarà necessario interagire con una energia simile, una forza dello stesso segno, e una energia di segno opposto.

Quello che produrrà l’identità di genere saranno sempre due aspetti di uno stesso processo: un aspetto di identificazione verso lo stesso sesso e uno di attrazione verso il sesso opposto.

In questo abbiamo un percorso che si differenzia. Per la bambina, c’è l’incontro fin dalla propria nascita con la forza dello stesso segno, per il bambino di segno opposto. Per entrambi il processo di differenziazione che li porterà all’acquisizione di una sana identità dovrà passare attraverso una separazione dal campo materno.

Se questa separazione non avviene, per la donna c’è un destino di identificazione nella madre, con una impossibilità di dispiegare creativamente la propria identità di donna. Questo processo di differenziazione può avvenire attraverso il padre, grazie alla forza libidica del loro legame, che la madre non ostacolerà.

Per il bambino, c’è primariamente l’incontro con il campo di energia di forza differente, quindi potrà sentire prima la propria separatezza/identità, se c’è un padre con cui si può identificare. L’attrazione verso la madre sarà dunque l’incontro con un campo di energia diverso da sé, a partire dal quale con il consenso, e non la competitività, del padre potrà riconoscere l’energia femminile ed andare verso le altre donne.

C’è da aggiungere che questa facilitazione dell’incontro tra figli/e e padri nasce presto – già dall’utero – e si realizza attraverso la disponibilità della madre a lasciare che i due abbiano da subito un rapporto non mediato. Noi parliamo spesso di “utero corazza” riferendoci alla chiusura del campo materno nei confronti del compagno e alla tendenza ad “appropriarsi” del figlio. Di nuovo ci troviamo a ribadire l’origine dell’Io e la genesi della personalità nella vita intrauterina.

Se anche la fase genitale si è svolta in modo equilibrato, nel periodo puberale ognuno avrà potuto accettare le proprie differenze/somiglianze armonizzandole al proprio interno e pervenendo alla genitalità. Non è necessario transitare attraverso il Complesso Edipico, né attraverso la paura della castrazione, ma per questo è necessaria da un lato la nascita dell’elemento paterno e dall’altro una nuova comprensione della funzione materna, sulla scena di un nuovo mondo.

Edipo non è un simbolo universale ma il prodotto di quel padre, Laio, e di quella madre, Giocasta, che –come vedremo- sono da riferirsi ad un livello di funzionamento legato all’alba dell’umanità e al sistema rettiliano, alla parte “animale” che contraddistingue la genesi dell’umanità. Ma l’umanità –oggi- è in un profondo cambiamento. Ecco perché, prima di tutto, si tratta di cambiare la storia dei genitori, di fa nascere in noi nuovi padri e nuove madri, più adeguati al momento evolutivo attuale.

 

IL SIGNIFICATO DI GENITALITA’

Ritornando al codice energetico, cerchiamo di spiegare cosa intendiamo noi per genitalità:

la genitalità è un livello di funzionamento energetico della materia nel quale la struttura è Vivente, cioè il movimento della circolazione energetica è continuo, in presenza di una struttura con un livello di organizzazione fortemente coeso e un centro - o nucleo energetico -  radiante

La circolazione energetica nei canali interni è libera. Lo scambio con l’esterno è permanente, ma disciplinato.

Poichè lo scambio è permanente, per quanto riguarda la genitalità, è presente la possibilità di ricevere un nutrimento sottile in grado di incrementare il potenziale.

Al singolo ricercatore di questa materia di studio, che veramente è interiore e basata sull’esperienza di evoluzione personale, si offre questa prospettiva: la strada dell’uomo è diventare sempre più un “vivente”.

Ripetiamo: il sistema vivente è aperto, pertanto - se funziona nel pieno delle proprie potenzialità la realizzazione di questa possibilità umana è il livello di funzionamento sano, cioè genitale.

Questa è l’utopia a cui alludevamo, non l’ideale o il modello, e l’utopia riguarda una società sana, non solo un individuo isolato.

Da quanto abbiamo appena detto, emerge l’ eccezionalità della condizione genitale, dovuta ad un tipo di evoluzione sociale ancora non in grado di permettere una transizione delle fasi nello sviluppo individuale che possano portare all’individuo genitale.

Cionondimeno, è possibile ripercorrere individualmente tutte queste fasi, a cominciare dalla fase pre-natale: tale percorso è finalizzato a ripristinare le condizioni di pulsatività perdute ed una più armonica ristrutturazione del campo di energia.

L’individuo genitale è una utopia concreta, ma normalmente non si incontrano individui che abbiano appieno raggiunto questa tappa di maturazione, e, se dovessero esistere, tali individui si scontrerebbero inesorabilmente con un contesto sociale “corazzato”, e, quindi, sarebbero probabilmente destinati ad essere perseguitati.

Se l’individuo è destinato alla genitalità, se questa è la sua naturale destinazione, il Super-Io non è necessario. La sessualità sana non è dunque il prodotto di una repressione del desiderio incestuoso, non nasce dalla formazione del Super-Io, ma dallo sviluppo di una sana e naturale capacità di abbandono alla vita.

Da questo escursus sullo sviluppo psicoenergetico prospettato dal nostro orientamento si può evincere la profonda differenza tra il concetto di genitalità legato all’Edipo e il concetto di genitalità appena esposto: secondo noi, il Mito di Edipo non è la base adatta  alla condizione della genitalità.

La tesi che noi sosterremo è che la condizione illustrata dal Mito di Edipo non solo non ci conduce alla natura della fase genitale, ma è invece il più esemplare dei tragitti possibili dalla adultità “deviata” alla condizione uterina: è un ritorno al luogo prima della nascita, al sancta sanctorum, da dove può partire il percorso difficile e solitario della individuazione umana.

 

La corazza muscolare e la teoria dei livelli

Al fine di esaurire le premesse teoriche che fanno da sponda alla esposizione della nostra tesi, è indispensabile accennare brevemente alla teoria dei livelli.

Reich descrive la corazza come una distribuzione delle tensioni attraverso diversi livelli corporei: si tratta di sette segmenti, di cui il primo è quello degli occhi e l’ultimo quello pelvico. Nell’individuo sano i livelli funzionano in modo unitario e si articolano funzionalmente al movimento vitale.

Reich descrive tale movimento nella funzione dell’orgasmo: se l’energia circola liberamente, i sette livelli non sono divisi ma concorrono armonicamente all’espressione della pulsazione vitale, che trova la sua massima realizzazione nell’orgasmo, inteso come unione amorosa di un uomo e di una donna, ma anche come funzione di Superimposizione cosmica, ovvero è rintracciabile in tutti gli organismi viventi, dal più piccolo al più grande e in tutte le manifestazioni della natura.

Nell’individuo sano la funzione dell’orgasmo avviene naturalmente, ed è il punto di arrivo di un percorso il cui sviluppo si è svolto armoniosamente, oppure, nel caso in cui questo non sia stato possibile, è l’esito di un percorso terapeutico felicemente concluso.

Diciamo quindi che, più correttamente, la transizione dalla fase della muscolarità a quella della genitalità è data non tanto dall’utopistica meta dell’individuo genitale, ma dall’ integrità del funzionamento vitale e della sua pulsatività che si potranno poi tradurre una volta giunti alla adolescenza, nella possibilità di fluire all’interno del rapporto con l’altro sesso. Questo è possibile e, come ripeto, dove non sia stato possibile in modo naturale, ovvero nella maggioranza dei casi, purtroppo, può essere realizzato a posteriori grazie ad un cammino terapeutico.

Il concetto di blocco, è per noi relativo all’ostacolo che la circolazione energetica individuale trova in uno o più segmenti perpendicolari alla corazza.


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