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I.FE.N. - Istituto Federico Navarro
Scuola di Orgonomia - Napoli

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Piero Borrelli

DIVENIRE E STRUTTURA DEL CARATTERE
( Prima parte )

Definizione Il carattere è il nostro modo di essere, di interreagire, di proporci, di esprimerci, di muoverci, di pensare, di fare l’amore, di lavorare, di sentire, di contattare, di subire, di reagire: è in altri termini l’espressione totale del nostro IO, in un continuo divenire di emozioni e di sensazioni, di attività e di passività, di lotta e di riposo, di conflittualità tra istinti e socializzazione. Il nostro IO è il nostro corpo, è il nostro essere nel mondo, è in definitiva il nostro carattere. Il nostro carattere è il nostro destino, è la nostra vita. Il lago Si crea improvvisamente nel cosmo un vuoto che va riempito; si crea nel nostro piccolo mondo chiamato terra un vuoto energetico che per pura combinazione biologica ospiterà due microcosmi gametici dalla cui unione risulterà un richiamo ed al contempo una produzione di molecole viventi e crescenti in un dinamico flusso di energia vitale che produrranno in un tempo cosmicamente breve un nuovo essere, sia esso un vegetale o un batterio o un mammifero o un verme. Immaginiamo che questo vuoto energetico sia una depressione sulla crosta terrestre, piccola o grande quanto si vuole e che questa depressione sia il letto di un lago per ora vuoto.

Ci sono tutti gli elementi che costituiscono da sempre il mondo vivente e non vivente, dalle rocce alle alghe, dai batteri agli insetti, dall’acqua alla terra; è una culla pronta ad accogliere tutte le trasformazioni vitali e dinamiche che si succedono da milioni di anni: ci sono tutti gli elementi che hanno consentito e che tuttora consentono il divenire della vita. E’ l’ecosistema che vive e trasforma, che accoglie e rigetta, che modifica il materiale e lo trasforma a seconda delle necessità, che codifica le trasformazioni e le fa sue, che alimenta la vita, prende e fornisce energia a chi più ne abbisogna, utilizzando sempre le stesse molecole, le stesse fonti energetiche, i medesimi meccanismi biochimici e biologici che da sempre regolano gli scambi vitali. Questo letto di lago potrebbe essere un utero che vive la sua funzione in modo costante, rispettando i suoi cicli vitali, i suoi scambi molecolari ed ormonali, inserito a sua volta in un ecosistema molto più vasto e complesso che è la persona cui questo utero appartiene: la funzionalità dell’organo di cui parliamo dipende in piccola parte dalle sue caratteristiche specifiche biomolecolari ed in grandissima parte dagli scambi biochimici e dai flussi energetici con il corpo cui appartiene. Non è possibile la sua vita isolata: tale organo segue il destino biologico della persona e si interrelaziona continuamente attraverso mediatori chimici e invia e riceve messaggi ormonali, e modifica, a seconda delle necessità sue e dell’organismo in cui si trova, la sua funzione, e se qualcosa non funziona in questo ecosistema vi saranno continue risposte e modifiche che tenderanno a riportare il tutto ad uno stato di funzionalità ottimale. Nel letto asciutto del lago, o nell’utero di cui ci stiamo occupando, può improvvisamente accadere qualcosa di voluto o non, che può modificare, trasformando, i livelli di vita e di interrelazioni biologiche precedentemente costituite.

Sarà compito dell’ecosistema sapere e potere accogliere questi nuovi eventi ed adeguarsi ad essi senza soccombere o senza subire tali trasformazioni da mettere in pericolo la sopravvivenza; tanto migliore sarà la vitalità e la capacità di accogliere le trasformazioni, tanto migliore sarà il successivo momento e tanto più forte l’adeguamento alla successiva ecosistemicità. Il tutto utilizzando sempre elementi biochimici costanti e codificati, avendo quindi a disposizione materiale da costruzione immodificato i cui legami o scambi si tramandano da sempre attraverso il patrimonio genico. Tale patrimonio non permette (tranne rarissimi casi che non ci interessano in questo discorso) modificazioni e quindi possiamo affermare che tutte le modificazioni o le trasformazioni o le creazioni naturali avvengono utilizzando sempre leggi e codici genetici e materiali immutabili; nei nuovi ecosistemi cambia il modo di funzionare, non il materiale con cui è permesso vivere: un fiume sarà pescoso, limpido, tumultuoso, stagnante, inquinato, grande, lungo ma sarà sempre un corso d’acqua, avrà sempre le sue piene e le sue secche, lambirà sempre dei margini più o meno scoscesi, sarà formato biologicamente sempre degli stessi materiali e ospiterà specie animali e vegetali diverse, in una costanza comunque di materia e di codici vitali immutabili. I materiali che permettono la vita non cambiano: cambia la loro utilizzazione e la capacità di utilizzarli funzionalmente alla vita stessa. Un mammifero, tanto per citare un esempio che ci appartiene, è costituito da un numero ben preciso di elementi variamente combinati tra loro, immutabili e funzionanti secondo leggi codificate dalla specie di appartenenza, avrà caratteristiche geniche rapportabili alla specie ed ai suoi genitori, ma il suo ecosistema funzionale sarà il risultato di infiniti eventi vissuti, individuali e non ripetibili né sperimentalmente né codificabili, in quanto appartenenti alle esperienze esistenziali irripetibili dell’individuo stesso.

L’immissario

Nel letto asciutto del lago la vita scorre attraverso il ritmo biologico del piccolo ecosistema specifico e del grande e più generale ecosistema circostante; all’improvviso accade un evento imprevisto e prevedibile o voluto: a monte un corso d’acqua si fa strada e attraverso una valle raggiunge il letto asciutto e vi si adagia lentamente, riempiendolo fino alla sua maggiore e possibile capienza; la piccola depressione terrestre, il letto asciutto, si sono trasformati in un lago. E’ un fenomeno naturale frequente e spiegabile con le leggi dell’idrodinamica, della geologia, della fisica; è molto più complesso capire e spiegare cosa avviene all’interno del lago stesso, mentre affluiscono materiali e macro o microorganismi diversi e tutto ciò che prima era in un modo ora deve mutare ed adeguarsi per sopravvivere; in una situazione stabile antica è venuta ad inserirsi una improvvisa nuova ondata di nuove particelle viventi o non, che lentamente interreagendo con l’ambiente devono reciprocamente adattarsi ad equilibri diversi. E’ la stessa situazione che avviene in un utero quando l’incontro tra due gameti è fecondante. Su di un vecchio “pabulum” si inseriscono nuove energie, nuove dinamiche biochimiche, nuovi scambi molecolari ed il tutto deve in fretta adattarsi e combaciare per non soccombere, non solo, ma per creare il più presto possibile gli elementi adatti ad una vita fluente e ricca di espansione e di potenzialità. Risulta evidente che più sono vitali ed energetici i materiali portati nel letto del lago dal prorompente corso d’acqua, più è facile e dinamicamente veloce l’adattamento e la ricchezza del fluire. Un’acqua limpida, ricca di materiali energetici, che arriva serena e che scorre lentamente nel suo divenire, favorirà certamente lo sviluppo del nuovo ecosistema, stimolando il vecchio, a sua volta essendone stimolato; e vi attecchiranno nuove forme di vita, e sarà favorito il loro sviluppo e trarranno beneficio anche le zone limitrofe; e se una frana o qualsiasi evento naturale verrà a turbare questo nuovo equilibrio, un tale ecosistema sarà in grado di neutralizzare e di assorbire fino a limiti massimi le turbolente modificazioni che l’ambiente circostante provocherà. Il tutto dipende quindi dalla valenza energetica e funzionale del letto asciutto, dal corso d’acqua che vi arriva, dall’ambiente che circonda questa nuova formazione geologica. Si possono supporre varie ipotesi che possono con parametri diversi combinarsi tra loro dando luogo a situazioni consequenziali le più varie.

Abbiamo parlato di tre componenti: l’ecosistema ambientale, quello del letto asciutto e quello del corso d’acqua che vi può giungere. Consideriamo le infinite ipotesi sulla vitalità del lago che possono scaturire dalle possibili varie combinazioni, tenendo sempre presente che i materiali su cui si costruiscono tali ipotesi sono eguali: la terra, l’acqua, gli esseri viventi più o meno evoluti, le sostanze disciolte, le rocce, le condizioni ambientali, la temperatura nella sua costante variabilità, la pressione atmosferica e così via. Il lago può essere rigoglioso al massimo o può morire dopo breve tempo attraverso tutta una gamma di variazioni specifiche del luogo, del tempo e dello spazio in cui si verifica l’evento.

Un utero accoglie il gamete maschile e può o meno accettare o favorire l’incontro con la cellula uovo e l’annidamento sulla sua parete. In questo caso possiamo parlare di tre elementi, come per il lago: il patrimonio genico e vitale dello spermatozoo paterno, il patrimonio energetico e cromosomico della cellula uovo, il corpo e quindi la persona in cui avviene tale fecondazione includendo nel concetto di persona tutta la sua storia, i suoi vissuti personali ed ambientali, il suo stato funzionale ed energetico attuale, la sua capacità esistenziale, il livello di scambi con l’esterno, la sua struttura caratteriale. Dall’incontro di questi tre elementi tanto complessi e diversificati e diversificabili e mutevoli cresce e si sviluppa un nuovo essere vivente. Il patrimonio genetico è sicuramente quello della specie a cui appartiene, specificamente quello dei genitori; il materiale di costruzione è formato da quegli elementi noti alla biochimica, il metabolismo è quello codificato dai cicli vitali, i mattoni della vita in altri termini sono sufficientemente noti e sicuramente costanti e stabili. Ma un essere vivente non è eguale ad un altro: a parte le differenze strutturali che derivano dai patrimoni genetici della specie e dei due gameti specifici della coppia genitoriali, esistono varianti individuali infinite che derivano dalle varie pressioni ambientali oltrechè dalla struttura individuale specifica frutto dell’incontro gametico genitoriale. E’ dall’incontro-scontro di questi fattori che si realizza la storia individuale iniziale, le cui variazioni soggettive successive saranno solo il frutto dell’adeguamento e della lotta con l’ambiente circostante, prima solo familiare e poi più specificatamente sociale: è in questo contesto iniziale e poi successivo che emerge la persona in toto, con le sue problematiche coscienti ed inconscie, consapevoli o rimosse, con le sue intrinseche capacità vitali, energetiche e reattive. Rimane comunque l’importanza iniziale dell’incontro gametico; è il momento in cui le energie congiunte genitoriali, e le storie ed i vissuti, si uniscono e determinano: è il momento in cui l’essere vivente appena concepito “accoglie” tutto e cresce solo in funzione di quello che gli viene dato; così come il lago si riempie lentamente e muta continuamente il suo rapporto con l’ecosistema circostante, il prodotto del concepimento espande il suo essere in funzione dei continui cambiamenti dell’ambiente che lo circonda.

A tal proposito è indispensabile ricordare quanto della nostra vita e delle nostre capacità funzionali dipendono da questi iniziali nove mesi di gestazione: è in questo periodo che gettiamo le basi della nostra struttura caratteriale, in quanto è allora che iniziamo ad assorbire emozioni, a provare piacere o dolore, ad avere le sensazioni del benessere o del malessere, a difendersi dai flussi emozionali negativi, a stabilire di riflesso un buono o cattivo rapporto con la figura materna, iniziale e fondamentale stimolo energetico e caratteriale della vita. E’ in questo periodo che gli organi sensoriali si organizzano ed acquisiscono nozioni da trasmettere ai centri superiori che immagazzinano e reagiscono, rimuovono e accettano, si contraggono o si espandono; quando si nasce si ha già un’impronta caratteriale che poi si modifica e si aggiusta, ma non si può più recuperare quanto si è perduto; le comunicazioni giunte al feto dalla madre, di piacere, di abbandono, di gioia, di dolore, di contrazione, di angoscia, di paura, tutta la gamma delle sensazioni infine, attraverso mediatori chimici e/o flussi energetici, restano impresse nei meccanismi sensoriali e inconsci della memoria, determinando reazioni di difesa o di espansione (-caratteriali- in altri termini) mai più alienabili dal proprio vissuto. Dopo la nascita, nei primissimi anni di vita, tali meccanismi si acuiscono: da un lato la lotta per la sopravvivenza è meno passiva in quanto il vivente è sempre più soggetto consapevole e discernente, dall’altro le informazioni sono sempre più immediate e dirette: diminuisce sempre più la mediazione materna tra l’ambiente e il nato, aumenta sempre più la possibilità di reazione e di difesa e quindi di strutturare e rafforzare il carattere; è il momento in cui gli scambi sono ridotti in quanto il piccolo uomo ha prevalentemente solo la possibilità di subire e difendersi. Più accentuate saranno le violenze emozionali e l’assenza di gioia, maggiori le necessità di strutturare un meccanismo di difesa in cui prevalga la chiusura e l’ergersi della corazza, minori saranno anche di conseguenza le possibilità della libera circolazione dell’energia all’interno del corpo: in tal modo l’organismo si prepara alla sua sofferenza senza possibilità di difesa. Il lago continua a riempirsi finché l’acqua non trova la possibilità di defluire; il piccolo uomo assorbe finché non è spinto nel sociale; il lago assorbirà ma dovrà anche cedere la sua acqua, la sua energia; il piccolo uomo inizierà a conoscere un mondo nuovo, diverso dove nel quotidiano non potrà solo difendersi assorbendo, ma gli verranno chiesti scambi e cessioni, sempre più continui, incessanti, impegnativi.

La struttura caratteriale del piccolo uomo subirà una ulteriore modifica e dovrà mallearsi; la modifica totale non sarà però più possibile: ciò che fino ad allora ha vissuto non si potrà mai più annullare. L’emissario Il lago è pieno: tutta l’acqua che poteva accogliere è lì e tutto il materiale di deposito è sul fondo; ora ha bisogno di cedere, di scambiare, di dare e di inviare l’acqua che gli continua a giungere giù per la valle; ha bisogno di far sentire la sua presenza, di dare la sua energia alle valli assetate, di ricevere altri rigagnoli, di accogliere acqua piovana e di far evaporare la sua, di scambiare materiale e sostanze con l’ambiente; maggiore è la quantità di acqua, maggiore è la sua purezza, maggiore è la sua vigoria, migliore sarà l’impatto con la valle che segue e poi con le altre e le altre ancora. Così il nostro piccolo uomo; tutto quello che avrà assorbito lo porterà nel sociale e sarà, nel migliore dei casi, vitale, energetico, protagonista, dinamico; sarà un uomo che si identificherà nel suo carattere ed in sé stesso, nel suo corpo e non avrà paura delle sue emozioni, della sua forza, della sua sfida, del suo amore. Avrà paure, non Paura; avrà ansie, non Ansia. Crederà in Idee, non ideali più o meno mistici e falsi. Sarà continuamente in contatto, in contrasto, in lotta, in unione, in competizione, in emulazione, in amore con gli altri e dovrà essere sempre pronto alla misurazione delle sue potenzialità vitali e dovrà esprimerle continuamente; se non sarà pronto e sufficientemente forte correrà il rischio di soccombere; dovrà mediare tra le sue acquisite capacità di abbandono all’amore, tra le sue necessarie e quotidiane tensioni per vivere, tra il bisogno di perdersi nelle sue emozioni e la costante necessità di guardarsi intorno e tendere i muscoli per lottare. Il bagaglio di informazioni e di deformazioni, di amore e di odio che avrà avuto modo di assorbire nei primissimi anni della sua vita, avranno un peso determinante nella sua capacità di gestione del quotidiano. E gli altri esseri umani intorno a lui o saranno più forti o più deboli e dal continuo dinamizzarsi di queste circostanze emergerà la possibilità di vivere o di sopravvivere. E’ nel sociale che si svolge e si sviluppa gran parte della nostra esistenza: è nel sociale che esprimiamo il nostro carattere e concretizziamo la vita; è nel sociale che esprimiamo la nostra capacità di amare e di lavorare.

L’individuo isolato, chiuso nelle sue problematiche personali è già perdente; l’egoismo inteso nel senso più deteriore è l’espressione più angosciante della Paura di vivere. Se in una società si incontrano tanti individui con tali tematiche il risultato drammatico sarà un insieme di persone incapaci di amare e di comunicare, chiuse nel loro ambito sempre più stretto ed innaturale, con cariche di rabbia, di rancori, di odio, incapaci di costruire e di creare; saranno capaci solo di creare altri pseudoesseri che a loro volta vivranno le stesse tragedie. Siamo molto vicini a tutto ciò. Abbiamo quindi esaminato le varie componenti che si intersecano e variamente si combinano nel determinare la struttura caratteriale di ogni essere umano; esse sono: la culla uterina e per essa la “persona materna”; il flusso genico ed energetico dell’incontro gametico; la struttura caratteriale paterna e materna e del complesso familiare in toto; la microstruttura sociale e culturale che circonda la famiglia stessa; la scuola ed il sociale allargato; la capacità individuale di affrontare la complessità e le difficoltà della lotta nella società. La struttura caratteriale di ogni individuo, da questa serie continua ed ininterrotta di dinamiche incrociate, si può strutturare in varie modalità espressive e comportamentali: dalla più grave, la psicotica, alla nevrotica, alla sociopatica, alla marginale neuro-psicotica, a quella idealmente sana. Questo con tutte le varie ed infinite sfumature che rendono gli esseri umani così diversi pur nella identità di sofferenza individuale e di specie.

( Parte seconda )

Premessa

Dobbiamo a W. Reich la capacità di avere modificato l’atteggiamento psicoanalitico storico nei confronti dello studio e dell’analisi della persona umana, intesa precedentemente in senso dicotomico corpo-mente; dobbiamo sempre a W. Reich la capacità scientifica di dimostrare come il carattere non sia un modo di essere innato ma sia l’espressione delle influenze ambientali sullo sviluppo della persona; le reazioni energetiche e posturali esprimono in una unità inscindibile il carattere individuale e permettono la sua modificazione a seguito di interventi terapeutici mirati a modificare gli aspetti sado-masochistici che sono alla base di tutte le patologie. Questo modo di interpretare la sofferenza umana ha permesso e permette a tutti gli operatori del settore di intervenire nello specifico con strumenti più consoni e determinanti nel migliorare la qualità della vita e superare gli stati neuro-somatici di sofferenza. Personalità, carattere ed attitudini sono stati concetti - e lo sono tuttora - che hanno da secoli stimolato e coinvolto studiosi e filosofi, psichiatri e neurologi, nel tentativo di esprimere concetti unitari, accettabili e fruibili dalla Scienza, dalla Medicina e dalla Psicologia.

W. Reich ci ha fornito una chiave di interpretazione alla quale crediamo non fideisticamente, ma perché ne constatiamo la validità nel lavoro quotidiano; accettare una proposta di interpretazione e di lavoro non significa però solo fruire di ciò che è stato scritto ed agito, ma continuamente ricercare e se possibile migliorare con nuove ricerche e nuove proposte; non dimenticando di ricercare nel passato e di proiettarsi nel futuro. Non è possibile in un articolo, di dimensioni necessariamente ridotte, ricordare quanto è stato scritto su Personalità, Carattere ed Attitudini per poter fornire un quadro sufficientemente completo delle ricerche nel settore; ma per poter comprendere la spinta che ci porta non solo ad accettare Reich ma a volerne continuare le ricerche, è opportuno ricordare brevemente le tappe fondamentali che hanno caratterizzato questo settore di indagine.

Personalità

La Personalità nella maggior parte delle lingue viene definita come l’insieme delle disposizioni psichiche o psicofisiche dell’uomo; spesso il concetto di personalità si confonde con quello di carattere; al termine carattere si delega prevalentemente un significato morale o viene inteso come nucleo della personalità e delle sue capacità e funzioni. La scienza della personalità sembra essere la dottrina della caratteristica psichica oppure del “Sosein” dell’uomo considerato come individuo singolo; oggi si presenta come una diramazione, forse la più importante della psicologia scientifica, dopo che questa rinunziò allo studio dei caratteri come non scientifico e non perseguibile con mezzi strettamente scientifici. Nel sistema della psicologia lo studio della personalità è da riportarsi alla psicologia differenziale e quindi alla psicologia della struttura nel senso più ampio; infatti, la personalità non è ciò che si risolve nei processi e negli stati della coscienza o esperienza, ma sembra essere sempre qualcosa di conforme alle disposizioni naturali, qualcosa che va al di là dei limiti temporali di ogni esperienza esistenziale. L’uomo non sembra essere responsabile della sua personalità: né d’altra parte è responsabile della sua intelligenza e delle sue capacità intuitive; tali elementi non sono equivalenti alla personalità in senso stretto non essendone elementi costitutivi e neppure oggetto primario dello studio della personalità.

Al contrario di AA. Tedeschi che sostengono questa tesi, AA. Francesi e belgi pensano e sostengono che l’intelletto abbia importanza decisiva per lo sviluppo della personalità; gli studiosi tedeschi ammettono al contrario che la personalità sia da ricercare essenzialmente in fattori sentimentali, impulsivi e volitivi; lo psichiatra K. Schneider definisce la personalità direttamente come sentire e valutare, proporre e volere. Il concetto di personalità va distinto da quello di tipo: anche la caratterologia va distinta dalla tipologia; tipo è un concetto di classe, che raccoglie uomini in gruppo e divide la struttura in una regione media dell’astrazione o schematizzazione e conseguentemente non raggiunge la caratteristica personale in senso stretto. La psicologia sociale umana ha acquisito, d’altra parte, vari concetti come struttura caratteriale della regione, del ceppo, del popolo e della razza; questi caratteri di gruppo sono però da ascrivere alle tipologie e devono essere ascritti terminologicamente ai tipi sociali. Ci sono senza dubbio anche tipologie caratterologiche le quali hanno di mira il “Sosein” umano nell’ambito del carattere, però non nella sua singolarità, ma sempre sotto un aspetto in cui generalizzando si renda possibile una schematizzazione di gruppo. Klages, fautore di una vera caratterologia, ha giustamente a lungo contestato nel modo più accanito il valore di tali tipologie, scongiurando così il pericolo che ci si soffermi al semplice tipicizzare e schematizzare e si dimentichi o si misconosca l’istanza definitiva dello studio della personalità che è la scienza concreta del carattere.

Ciò che fa dell’uomo una persona, e del suo essere una personalità, non può mai essere riportato adeguatamente ad un tipo, nemmeno in una molteplicità di serie tipologiche. D’altra parte però le formule generali delle tipologie caratterologiche come linee direttive del pensiero caratterologico possono indiscutibilmente apportare qualche notevole contributo; la determinazione o classificazione tipologica è una tappa sulla via della comprensione della personalità umana: essa aiuta il caratterologo a delimitare il campo di ricerca nel cui ambito deve rintracciare il significato peculiare dell’essere. Nelle psicologie del profondo è stato comunemente accolto il punto di vista di concepire e dividere la personalità a strati: si è parlato di conscio ed inconscio (Freud), di volontarietà ed involontarietà (Klages), di sviluppo neurofisiologico (Kraus) che distingue il tronco dell’encefalo ed il neoencefalo e nell’uomo fa corrispondere al primo una persona profonda ed al secondo una persona corticale. Rothacker distingue ulteriormente questi due strati principali - vita, animale, fanciullo, sentimento - ed assegna ad ognuno di essi una personalità relativamente autonoma. Lersch distinse in seguito solo due piani principali: quello del fondamento endotimico (sentimento e pulsioni), e quello della sovrastruttura poetica e personale. Welleck ammette sette ambiti o strati della personalità: vitalità, impulso, sensazione, sentimento, fantasia, intelletto, volontà - nella dimensione verticale - ed animo e coscienza morale nella dimensione orizzontale; l’animo viene inteso come sede dei nostri legami intimi, la coscienza morale sede dei legami responsabili e del volere; la coscienza è implicata nella conoscenza, l’animo è inserito nel fondamento vitale della persona. Sulle teorie a strati di Welleck si inseriscono successivamente gli studi di Jung (estroversione ed introversione) e quelli di Freud (eseità ed egoità); anche Reich accetta, se vogliamo, la teoria degli strati in senso di crescita e di maturazione, quando parla di carattere orale, fallico, genitale.

Un problema fondamentale dello studio della personalità non ancora risolto è quello che si può chiamare una caratterologia dello sviluppo; Spranger nella sua “psicologia della gioventù” ha dato un contributo essenziale al problema dello sviluppo del carattere; anche Heiss lo segue su queste orme e la teoria di Jung dell’individuazione si muove nella stessa direzione,come del resto la psicoanalisi di Freud e la psicologia individuale di Adler. Il problema è di disporre di una teoria coerente e soddisfacente sulla formazione della personalità, tale che ci consenta di ripercorrerne e/o ricostruirne il corso nel singolo individuo. La struttura caratteriale e la personalità in toto dell’individuo devono essere come i portati di una evoluzione; la persona psicofisica va ritenuta va concepita in continuo sviluppo: questo processo non si svolge con decorso rapido, tale da poter osservare cambiamenti di giorno in giorno, ma si attua con lentezza e dipende da tutte le situazioni esistenziali soprattutto della prima infanzia: in concreto ogni interazione umana si attua in momenti determinati dalla società e si svolge subendo influssi decisivi da parte di essa; la presenza di influssi sociali nel divenire della vita non esclude il presupposto di una personalità relativamente durevole, che si realizzerà in modo diverso solo per effetto di ambienti e strutture sociali diverse.

Un ramo della psicologia generale per lo studio della personalità è stato ed è tuttora lo studio dei tipi caratteriali e tipologia; la metodologia tipologica partecipa tanto alla ricerca del carattere quanto a quella delle capacità ed alla tipologia delle caratteristiche individuali; mentre la psicologia differenziale deve avere in questo campo di indagine come ultima e propria meta la determinazione scientifica delle differenze individuali, la tipologia rimane in una posizione preliminare nell’ambito di asserzioni relativamente generali su gruppi umani; vi si presuppone la contrapposizione tra tipo e controtipo secondo il principio della polarità e l’assunto di una serie continua di passaggi tra questi estremi o poli. L’elaborazione scientifica dei principi tipologici ebbe inizio in questo secolo con Otto Weininger che proponeva nel suo libro “Sesso e Carattere” una serie unidimensionale di passaggi tra estremi sessualmente differenziati, esprimibili quantitativamente. Ricerche utili anche per la caratterologia furono i risultati ottenuti dai francesi Charcot e Binet con ricerche sperimentali sulla percezione e sulla comprensione; Neumann in seguito elaborò una distinzione di tipi indicata con i termini comprensivo-analitico e sintetico; Krueger introdusse un terzo tipo, l’analitico integrale; Rorschach indicò un modo di comprensione integrale per spiegare la forma; Kretschmer elaborò una nuova concezione tipologica partendo dai tipi di costituzione fisica, denominandoli picnico, atletico ed astenico, indicando per ognuno di essi la possibile corrispondenza in stati psicopatologici. Più incisiva e duratura si è dimostrata la tipologia di Jung dell’estroversione e dell’introversione, in precedenza già formulata da Schopenhauer e da Kierkegaard; Jung considera come fondamento della personalità l’inclinazione prevalente verso il “di fuori” e verso il “di dentro”, e cioè attivamente sul mondo e passivamente sul proprio Io; a questa polarità Jung associò come funzione fondamentale: da una parte il sentire (extraversione) e dall’altra il pensare (introversione); del resto, non solo la psicologia di Jung, ma anche la stessa psicanalisi di Freud ha sviluppato una tipologia che in base all’ipotesi delle fasi orale, anale e genitale, nello sviluppo della fanciullezza, postula tre tipi corrispondenti. Ricordiamo inoltre (e l’elenco è tutt’altro che completo) gli studi di Eppinger ed Hass sulle personalità vagotoniche e simpaticotoniche, le asserzioni di Rieffert che distingue i timici ed i corticali, i biotipi di Curry, le caratterologie ereditarie di Heymans, le biotipologie endocrinologiche di Pende. Da quanto su esposto si evidenzia l’assenza di una teoria unitaria e di una definizione universalmente accettata di personalità; Allport ha citato circa cinquanta definizioni di personalità nella letteratura universale; non c’è accordo tra unità, integrazione e coerenza, tra classificazioni in strati orizzontali o verticali, manca una visione unitaria sulla funzione del corpo nello sviluppo e nell’espressione della personalità; comunque tutte le teorie della personalità cercano di studiare l’individuo umano nelle sue espressioni energetiche, dinamiche, motivazionali ed integrative e si contrappongono alle teorie atomistiche che cercano di indagare le varie facoltà e funzioni psico-fisiche come entità separate. Maggiore sarà la capacità di integrare in una sola funzione bio-fisica lo sviluppo e l’espressione della personalità, forse maggiormente ci saremo avvicinati ad una comprensione funzionale e valida dell’essere umano.

Attitudini

Quando una persona esprime la propria personalità ed il proprio carattere in una attività professionale o sportiva si parla comunemente di attitudine; non è certo questo l’argomento di cui vogliamo trattare ma riteniamo importante sfiorarlo sommariamente perché talvolta si è confuso personalità e carattere con attitudini. Numerose sono le definizioni che la letteratura propone per spiegare il concetto di attitudine: disposizione individuale, somatica o psicosomatica, congenita o ereditaria che tramite processi di maturazione e di apprendimento, all’unisono con la personalità ed il carattere, si manifesta in una attività pratica semplice o complessa. In linea generale dobbiamo considerare che l’attitudine non esprime il carattere né la personalità ma è un modo manifesto di proporli nel sociale; l’attitudine è una condizione potenziale che tende spontaneamente o sotto stimoli i più vari ad attuarsi: in certi individui nonostante l’ambiente sfavorevole, in altri solo dopo adeguate stimolazioni ambientali; in pratica si può, nonostante gli approfonditi studi testologici sull’argomento, rilevare solo l’attitudine in atto; infatti al di fuori di un rendimento, non è possibile presumere l’esistenza dell’attitudine corrispondente.

Molti AA. danno valore predominante ed esclusivo al fattore ambientale e si parla in tal caso di azione educativa, esercizio specifico, transfert, processi di identificazione inconscia; altri AA. Considerano al contrario l’attitudine come espressione di caratteri congeniti o esclusivamente ereditari, dando all’attitudine modificata dall’esercizio il nome di capacità. Come tutte le qualità personali anche l’attitudine ha un ciclo evolutivo e involutivo: alcuni rendimenti si manifestano soprattutto in determinate età quando l’individuo ha raggiunto un sufficiente grado di maturazione psicofisica; è comunque da considerare che un’attitudine si può manifestare con il rendimento solo con il contributo di tutta la personalità e quindi l’attitudine appare come la capacità individuale e caratteriale di utilizzare l’apprendimento. In ogni modo il concetto di attitudine non si può sovrapporre né può sostituirsi al concetto di carattere e di personalità.

Il carattere e l’intuizione di W. Reich

Il carattere si definiva come l’aspetto psichico della personalità umana, in analogia con quello morfologico (costituzione) e con quello funzionale (temperamento); era - ed in molti casi lo è ancora - , considerato l’insieme delle qualità intellettuali e morali, per il quale il comportamento di ogni persona si distingue da quello di tutte le altre; il carattere, secondo questa concezione scientifica, comprende le capacità e gli interessi, il tono dell’umore di fondo, le modalità tipiche di comportamento, il modo di affrontare le situazioni abituali e di reagire a quelle impreviste, fino al modo di sentirsi inseriti nell’esistenza e del significato da dare ad essa. Nell’attuale accezione comune la caratterologia non è soltanto la scienza del carattere nel suo essere e nel suo divenire, nei suoi rapporti con la biologia dell’individuo, cioè la scienza dei fattori biologici e psichici della personalità, ma è anche lo studio della varietà dei temperamenti umani, con la loro descrizione e classificazione. Dalla dottrina umorale di Ippocrate, ripresa e riproposta da Galeno, proviene a tutt’oggi una serie di studi della caratterologia, studi che si sono moltiplicati negli ultimi decenni, partendo da criteri i più vari e derivati ora da osservazioni empiriche della realtà su base letteraria e moralistica, ora da metodologie di studio scientifiche, naturalistiche e razionali, ora da considerazioni empiriche o introspettive e filosofiche; particolare menzione meritano le varie caratterologie derivanti dallo studio delle malattie mentali, che comunque, pur avendo sollevato le critiche più vivaci, si sono dimostrate entro certi limiti più aderenti alla realtà. Il fattore genetico del carattere è stato scarsamente preso in considerazione, poiché è incontrovertibile che il carattere risulta tipicamente essere il risultato tra interazioni tra potenzialità individuali e stimoli ambientali; ciononostante non mancano ricerche statistiche e genealogiche sulla trasmissione di tratti caratterologici, in particolare per quanto riguarda l’ereditarietà di qualità artistiche e di comportamenti asociali: le difficoltà incontrate in queste ricerche sono la possibilità di sceverare quanto vi agiscano fattori genetici veri e propri e quanto non sia condizionante l’ambiente familiare. L’idea e la diffusa supposizione che le caratteristiche psichiche abbiano uno stretto corrispettivo con l’aspetto esteriore della persona, hanno spinto molti AA. A studiare il carattere ed a interpretarlo secondo il criterio morfologico; ricordiamo alcune direzioni di indagine: quella biometria di Pende, quella descrittiva di Kretschmer, quella organicistica di Sigaud che fa perno sui tipi digestivo, respiratorio, muscolare e cerebrale; la base funzionale della caratterologia era rappresentata, prima di Reich, della ippocratica dottrina degli umori e si distinguevano il carattere flemmatico, il sanguigno, il collerico, il melanconico. Il primo a parlare in termini caratterologici di energia vitale è stato Pfahler che nel suo schema caratterologico fondamentale considera quattro funzioni psichiche fondamentali: l’attenzione, la costanza, l’amore e l’energia vitale. Kretschmer ha particolarmente studiato le diversità specifiche delle funzioni mentali in rapporto alle diverse strutture corporee; molti AA., d’altra parte, si sono comunque resi conto che non si potevano distinguere troppo nettamente i vari caratteri perché ogni individuo presenta sempre caratteristiche più o meno marcate in sovrapposizione con altre e diverse peculiarità.

Il concetto di carattere, come si vede, è uno dei più complessi della storia della cultura; ognuno di noi usa questo termine nelle conversazioni quotidiane, ma la maggior parte di noi si troverebbe in difficoltà se dovesse all’improvviso darne una definizione esatta ed accettabile; esatta non potrà mai esserlo, perché la caratterologia non è una scienza nel senso stretto, ma una interpretazione, accettabile non lo sarà mai in quanto tutti coloro che si interessano di caratterologia partono spesso da presupposti contrastanti. Il carattere è per certi aspetti la descrizione e l’espressione di una biografia individuale; per conoscerlo profondamente dobbiamo indagare a fondo la storia evolutiva di una persona, i suoi successi o insuccessi, le sue gioie e i suoi dolori, le frustrazioni, il suo ambiente familiare e sociale; il carattere di una persona è dato dall’insieme dei tratti personali per mezzo dei quali l’individuo conduce la sua esistenza con se stesso e con gli altri; ogni uomo mangia, dorme, ama, lavora, si diverte; il carattere non è dato da quello che egli mangia, ma da come mangia, da come ama, da come lavora: le modalità di azione di una persona sono, al di là di quello che può essere previsto in base alle sole circostanze ambientali, il suo modo di esistere e quindi il suo carattere; tutti gli studi e tutte le interpretazioni che si vogliano dare al concetto di carattere, non possono non tener conto dell’aspetto esteriore della persona, delle sue capacità, delle sue motivazioni, della reattività emotiva: il termine carattere è quindi molto lato a vasto ed ogni descrizione settoriale corre il rischio di essere incompleta. La teoria psicanalitica si occupa della personalità, del carattere, della sua struttura e del suo divenire e studia lo sviluppo della persona fin dalla primissima infanzia ricercando i conflitti motivazionali e le situazioni di crisi che possono esplodere in qualsiasi momento della vita; per la psicanalisi lo sviluppo del carattere è un processo costante che parte dalla nascita e forma una struttura, relativamente stabile, che si modifica lentamente e caratterizza l’individuo maturo in qualunque momento della sua vita; i vari stadi di crescita sono definiti come fasi dello sviluppo psicosessuale (orale, anale, fallico, di latenza, genitale) e sono caratterizzati da specifiche e transitorie crisi evolutive che debbono essere superate per il raggiungimento dell’identità personale.

Quando le crisi evolutive non sono state efficacemente affrontate e superate ed i loro residui dinamici permangono nel presente adulto, si parla di fissazione, cioè di arresto di sviluppo emotivo alla fase i cui comportamenti infantili l’adulto esprime in maniera eccessiva. Tale fenomeno provoca il formarsi di strutture caratteriali legate alla fase cui l’individuo è rimasto fissato, e si parla così di carattere orale, anale, edipico, genitale. Per un’impostazione dei problemi delle tendenze in conflitto all’interno dell’individuo, Freud introdusse i concetti di ES, IO, e SuperIO; l’ES è il depositario delle pulsioni istintive innate che nella loro forma pura esigono immediata realizzazione; l’IO controlla il comportamento dell’ES perché questo si adegui a modalità socialmente accettabili ed è il risultato dinamico della conflittualità tra ES e SuperIO, si sviluppa come coscienza morale nella realtà sociale e ci spinge ad operare in conformità ad un ideale del Sé che si forma fin dalla primissima infanzia, specialmente attraverso i divieti imposti dai genitori e dalla realtà sociale. Il concetto fondamentale di questa interpretazione dinamica della personalità è che queste tre istanze sono in conflittualità, spesso indefinitivamente; il SuperIO rimanda le gratificazioni che l’ES pretende immediatamente; il SuperIO combatte sia con l’ES che con l’IO perché nessuno dei due soddisfa il codice morale che esso rappresenta; questa tripartizione esprime la discordia interiore che spesso si incontra in noi stessi; il carattere è rappresentato così dalla diversità degli equilibri che si stabilisce in ogni persona tra ES, IO e SuperIO. In tal caso il modo soggettivo di affrontare e risolvere una situazione esistenziale è non solo una maniera di affrontare una difficoltà ambientale specifica, ma è anche un tentativo di risolvere contemporaneamente un conflitto personale; pertanto i motivi che determinano un comportamento subiscono varie forme di distorsione simbolica prima di manifestarsi nella condotta specifica. E’ da notare infine che in questo modo si spiegano in misura soddisfacente la coerenza e la continuità dell’agire di una persona in vari momenti e situazioni esistenziali.

La teoria psicanalitica è stata ed è soggetta ad una serie di critiche non sempre valide e spesso in mala fede; la notazione che noi possiamo fare è che ha tralasciato troppo l’interesse per la persona come unità biologica funzionante ed ha escluso dal concetto di carattere lo studio e l’interessamento per il corpo come espressione globale della personalità umana. Reich è stato il primo psicoanalista a formulare una teoria coerente del carattere; egli dimostrò che i diversi tratti del carattere dipendono l’uno dall’altro e che, presi assieme, formavano una difesa unitaria contro tutte le emozioni che si percepivano come pericolose: quindi il carattere inteso come meccanismo di difesa contro le vere o presunte aggressioni dell’ambiente.

Reich chiamò questa difesa “corazza caratteriale” e dimostrò che questa corazza aveva la sua origine in situazioni dell’infanzia, quando al bambino era stata negata la soddisfazione degli impulsi istintuali, la cui energia era stata divisa in modo che una sua parte manteneva repressa l’altra. Quando Reich, invece di interpretare il materiale che i pazienti gli portavano, cominciò a richiamare la loro attenzione sul modo in cui essi glielo portavano, e sul loro modo generale di comportarsi, ciò fu sentito da questi pazienti come un attacco alla loro personalità e molto spesso come un trauma; molti pazienti, quando diventavano consci delle loro caratteristiche, cambiavano il loro atteggiamento corporeo ed il loro comportamento e davano spazio alle emozioni che sin dall’infanzia non erano mai stati in grado di manifestare e che forse sentivano appena.

Questa è stata la grande intuizione di Reich che ha determinato un cambiamento nel modo di “fare” analisi ed una unità di visione storica, filosofica, analitica, culturale, politica nei confronti del significato del termine “carattere”. I principi avanzati da Freud sulle libere associazioni, sulla lettura ed interpretazione del materiale inconscio, sul transfert di affetti sullo psicoanalista, sulla presa di coscienza, formano un quadro analitico vago, nel quale può inserirsi ogni tecnica personale di approccio terapeutico; Reich introdusse e nella pratica terapeutica e nella cultura, rigore di indagine, teorico e pratico, che trova nel concetto di carattere una precisione quasi strumentale che è diventata e nella storia della psicoanalisi e nelle scienze umane una tappa fondamentale. L’incomparabile originalità del lavoro di Reich sull’analisi del carattere la si può dedurre dalla sua affermazione che “la struttura caratteriale è la cristallizazione di un processo sociologico di una data epoca e che essa permette di agire sulla psicologia di massa e che si iscrive nell’economia sessuale, in una visione energetica unitaria della realtà”. Il carattere è una costruzione, il prodotto di un processo strutturale e storico insieme; struttura in quanto sistema organizzato, storia in quanto somma di tutte le esperienze passate. In una società dominata tra l’altro dalla repressione sessuale, la rimozione e l’angoscia intervengono come fattori determinanti della costruzione caratteriale; è la necessità di rimuovere i desideri istintuali a far nascere il carattere, e la collocazione di un tratto del carattere indica che un problema di rimozione ha trovato soluzione, oppure rende inutile un processo di rimozione e lo trasforma in una struttura relativamente rigida ed accettata dall’Io.

L’angoscia regola le posizioni caratteriali secondo due principi fondamentali: da un lato evita i pericoli conseguenti a minacce reali, dall’altro immagazzina le forze lipidiche non espresse; la conversione caratteriale della rimozione ed il collegamento caratteriale dell’angoscia non escludono l’azione del “principio del piacere” di fronte al quale il carattere erige le sue formazioni difensive. Secondo Reich la struttura caratteriale dell’uomo varia individualmente assumendo come poli caratteriali estremi il carattere genitale ed il carattere nevrotico; il primo ha un approccio con la vita franco e diretto, ha attività ed efficacia costanti senza agitazione, vive con obiettività e realismo i problemi, affronta con critica e sensibilità le angosce e le inquietudini, crea, ama, non riconosce autorità che non sia necessaria, segue costantemente l’autoregolazione stabilendo la supremazia dell’intelligenza sulla viva e libera circolazione dell’energia lipidica, si oppone al misticismo, al meccanicismo, alla demagogia, alla rabbia distruttiva e favorisce i movimenti che lottano per la libertà, per l’amore, per la gioia di vivere. Il carattere nevrotico è il negativo del precedente: in esso dominano le negazioni, i dinieghi, le pulsioni pregenitali e incestuose; l’Io, l’ES ed il SuperIo sono coinvolti in una eterna girandola di conflitti, di sensi di colpa, di inibizioni; il carattere nevrotico evita il confronto con gli altri e con il reale, si sottomette facilmente, si lascia andare a slanci mistici e poi li abbandona, reagisce in uno stato continuo di in autenticità, presenta impotenza orgastica e squilibrio lipidico. Reich fa analisi del carattere e non caratterologia analitica; per far questo ha introdotto, (considerando che un corpo esprime il carattere con i suoi atteggiamenti, posture, toni muscolari, tensioni), l’intervento terapeutico sul corpo, stimolando l’energia vitale bloccata a liberarsi, onde modificare e sciogliere la corazza caratteriale muscolare.

E’ stata questa l’intuizione più grande di Reich, che ha così modificato l’approccio analitico, portandolo da una serie di lunghe stereotipiche interrelazioni verbali e culturali ad un dinamismo emozionale ed energetico di grande intensità, tale da non analizzare soltanto ma da modificare dal fondo la struttura caratteriale delle persone sofferenti che chiedevano e chiedono all’analisi uno strumento che risolva in via definitiva il malessere, anche agendo sulle malattie psicosomatiche che esprimono sempre un difettoso fluire dell’energia vitale. Considerazioni Abbiamo osservato che non esistono ipotesi concordi ed idee univoche sui concetti di personalità, attitudini e carattere, ed anzi spesso i relativi significati si confondono tra loro; alcuni AA. Hanno dato spiegazioni prevalentemente morali, altri prevalentemente biotipiche, altri ancora hanno tentato un rapporto psiche-mente; i più hanno ignorato che tra psiche e corpo non può esistere un rapporto perché sono in toto l’espressione del vitale biologico e non possono essere scissi per nessun motivo; non esistono malattie mentali o fisiche, ma esiste un essere umano sano o malato, con tutta la vasta gamma di situazioni intermedie. Personalità, attitudini e carattere sono solo tre aspetti dell’esistere: sono (carattere), mi manifesto (personalità) e agisco (attitudine) sono i modi di esprimersi della persona nella vastissima gamma di possibilità. In queste possibilità non c’è dicotomia mente-corpo, ma l’unicum biologico della persona.

 La suddivisione della personalità, del carattere e delle attitudini in varie sfumature, classificazioni, qualifiche, modi di essere esprime la difficoltà di avere una unità di visione, una corposità inscindibile di intervento, un superamento della dicotomia tra il pensare e l’essere. Forse solo Reich con la sua Analisi del Carattere ha in parte superato tali difficoltà; ma anche egli è caduto nella trappola del sano e del malato, dell’orale, del fallico, del masochista, del genitale; anche in questo caso la persona si divide in settori; si può dividere la storia di una persona in momenti, non l’individuo; egli è il frutto unico della sua storia, delle sue frustrazioni, delle sue gioie; non può avere un carattere divisibile, ma un carattere, un modo di essere; egli esprime in ogni momento della sua vita il suo potenziale biologico attuale, potenzialmente sicuramente inferiore al suo potenziale biologico assoluto. Non possiamo più accettare le etichette, neanche da un punto di vista di analisi del carattere. Il corpo e la mente possono leggersi in una dimensione univoca e parallela: ogni tensione inespressa o repressa nell’infanzia diventa una tensione muscolare permanente, che inibisce e smorza tutta la relativa emotività; a lungo andare il nostro corpo diventa una struttura coatta ed i suoi muscoli tesi e legati racchiudono ricordi, affetti, paure, passioni, dolori, gioie inappagati ed inespressi. E le paure e le gioie hanno età ma non hanno tempo: la scrittura nel nostro essere biologico totale è indelebile; solo aiutando la potenzialità biologica a riemergere faremo opera terapeutica altrettanto indelebile, cercheremo cioè di ridare all’Uomo ciò altri Uomini hanno tolto.

PIERO BORRELLI

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