SUL METODO
di Sergio Scialanca


Nel tentativo di fondare una medicina olistica, che tenga conto dell’Uomo nella sua interezza, abbiamo oggi diverse visioni tendenti all’integrazione. Integrazione di varie forme terapeutiche, mediche e psicologiche da una parte, e dei vari aspetti – corporeo, mentale, spirituale – che, come è ormai riconosciuto, compongono inscindibilmente un Essere Umano. Si affacciano nuovi metodi diagnostici e nuove forme terapeutiche, quali quella vibrazionale, che considerano l’aspetto energetico di un corpo vivente in termini di onde vibratorie e bioelettricità, rivalutando gli aspetti sensoriali come "nutrienti" specifici, accanto al cibo e all’aria.

La sensazione che si ha è quella di una ricerca che ammette, implicitamente, l’inadeguatezza dei metodi di cura singolarmente utilizzati e l’avvenuta crescita evolutiva dell’Uomo. Quello che ieri bastava a guarire, ora non basta più e l’accento si sposta sulla necessità di interventi preventivi e sulla diagnosi precoce. In altre parole, si indaga la possibilità che la malattia si formi, prima che essa possa manifestarsi sul piano fisico.

Colpisce tuttavia che, in questo sforzo comune, ci si riferisca alla Scienza come a una Religione, utilizzando ad esempio parametri appartenenti alla Fisica Quantistica e alla Termodinamica ed applicandoli al Vivente, mentre resta ancora oggi poco praticata la via indicata da Wilhelm Reich del riconoscimento dell’esistenza di una energia specificamente biologica che si comporta in modo originale e addirittura contrario alle leggi della termodinamica.

Si ha la sensazione che i ricercatori ricerchino, prima di tutto, le prove scientifiche – e l’approvazione della scienza ufficiale – in ambiti in cui a guidarli sono di fatto l’intuizione e la conoscenza profonda dei processi biologici scoperti all’interno di se stessi. In altre parole, spesso il ricercatore ha l’interiore certezza di una sua conoscenza sperimentata oserei dire biologicamente, ma non se ne fida finché una sperimentazione galileiana non la comprova. In questo senso – essendo impossibile sperimentare in termini di "doppio cieco" terapie non farmacologiche – tale prova non potrà mai esserci. Si pretenderebbe che ad ogni "malattia" vi fosse una "medicina" in grado di guarirla, mentre non alla malattia, ma al malato, occorre riferirsi.

Ma vediamo persone malate star meglio, malattie guarire come per incanto e ogni giorno possiamo verificare la rivitalizzazione di persone la cui carica vitale si stava lentamente spegnendo.

Le problematiche che si pongono sono inerenti alla fiducia che un paziente può donare al suo terapeuta piuttosto che alla Scienza di cui egli è un esponente; ci si sposta dunque sul piano del rapporto terapeutico, cioè del rapporto umano e di quella sottile forma di comunicazione energetica sull’onda della quale si veicola una forza che induce all’autoguarigione. Perché il principio dal quale occorre, secondo noi, essere guidati non è quello di "guarire qualcuno", ma quello di mettere quel "qualcuno" in grado di guarire se stesso.

Chiaro che l’approccio al paziente deve cambiare sul piano relazionale, ma presuppone anche una capacità di cambiamento continuo, di plasticità, da parte del terapeuta.

La nostra esperienza è che il processo di guarigione debba passare per una fase di conoscenza dell’altro per "sim-patia", per capacità del terapeuta di provare su di sé i sintomi stessi del paziente, di fare una diagnosi su di sé come se egli fosse il malato, di guarire se stesso insieme con il paziente. Una assunzione, dunque, in termini energetici del paziente nella misura del sollevarlo da pressioni energetiche troppo forti, senza proporsi mai come "indispensabile" e senza mai creare dipendenze.

Ogni "disturbo" – termine che preferisco a quello di "malattia" – nasce da un ingorgo energetico che non trova possibilità di esprimersi in termini di interazione comunicativa con l’esterno. Quando un circuito energetico ripete se stesso in modo automatico e ossessivo, nessuna energia nuova e rinnovante può immettervisi; è quindi necessario sottrarre energia al sistema assumendone il carico e creando uno spazio vuoto. L’aspetto al quale ci riferiamo non è quantitativo, ma qualitativo. E’ il modo di funzionare dell’energia biologica che deve guidarci, quale ne sia la quantità. Quando si parla della necessità di creare un vuoto si parla di rompere una maglia della catena che costituisce il loop nel quale si stabilisce la stasi.

Sappiamo per esperienza di vita vissuta, oltre che terapeutica, che questa rottura è difficile e talvolta crea angoscia, paura della perdita della propria identità, poiché l’identità, nella nostra cultura, è rappresentata dall’Io caratteriale e quindi dalle peculiarità riconoscibili socialmente che formano, se viste da un punto di vista diverso, la nostra "coazione a ripetere".

Il vuoto è dunque il vero strumento terapeutico, l’instaurarsi del "possibile", la riscoperta della "speranza" e della sperimentazione della propria possibilità reale di cambiamento. Una persona sofferente dovrà poter sperimentare la possibilità di star bene, dovrà far riconoscere alle proprie cellule la loro possibilità vitale. La vita è cambiamento e la maggior parte dei disturbi nascono dalla paura del cambiamento. Ciò che un terapeuta dovrà gestire è la paura del cambiamento.

In termini di vissuto individuale la sperimentazione del vuoto è l’attraversamento del deserto da parte del popolo di Dio; e qui sarebbe molto interessante una lettura analogica dei testi religiosi, che non faremo per brevità, ma che ci potrebbe indurre a stabilire dei nessi profondi tra i vissuti biologici, psichici individuali e la religiosità – che nulla ha a che vedere con la religione professata e con le forme istituzionalizzate di essa. Ci potrebbe persino permettere di rilevare negli antichi testi religiosi significati perduti e riferentesi non agli aspetti storici dell’evoluzione umana, ma piuttosto alla struttura reale ed eterna dell’Uomo, cosa che, come terapeuti, ci potrebbe indurre a riflettere sulla possibilità che l’Uomo sia costruito secondo una matrice unica attorno alla quale si vanno via via addensando qualità nuove e qualità energetiche sempre più sottili a completarne il progetto totale. Questo aprirebbe un vuoto – appunto – conoscitivo nel quale è davvero possibile recuperare da una parte e creare dall’altra una nuova e antichissima conoscenza dei principi della vita.

La Conoscenza Unificata è la possibilità di ripercorrere all’indietro le diverse ramificazioni specializzate – sia in termini di culture geograficamente individuate, che in termini di scienze specialistiche – fino a ritrovarne l’origine.

Se immaginiamo l’evolversi della vita non come una specializzazione incalzante, ma come un riprodursi ciclico di situazioni ogni volta ad un grado di consapevolezza biologica più elevato, oggi noi consideriamo possibile ritornare alla conoscenza unificata originaria percepita in modo del tutto nuovo. L’inizio di un nuovo ciclo.


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